Tag:psicologia clinica

persona che chiede aiuto, chiedere aiuto psicologico, psicoterapeuta Forlì

Chiedere aiuto psicologico: perché è così difficile?

Una paziente, qualche tempo fa, è entrata in studio e ha detto una cosa semplice. «Non sapevo se venire. Se varcare la soglia. Stavo troppo male — e poi ce l’ho fatta.»

Quello che mi ha colpito non era il dolore. Era la soglia: qualcosa a cui si arriva, ci si ferma davanti, e si decide.

Il momento che tutti rimandano

C’è una scena che si ripete. La persona ha già deciso, in qualche parte di sé, che qualcosa non va. Sa che parlarne con qualcuno di competente sarebbe utile. Forse lo sa da mesi. Eppure rimanda. Trova ragioni plausibili: non è il momento giusto, le cose potrebbero migliorare da sole, forse è solo un periodo difficile, forse ci sono persone che stanno peggio e avrebbero più diritto di occupare quel posto.

Quello che trattiene non è pigrizia e non è superficialità. È una forma di resistenza che ha una sua logica interna precisa: finché non chiedo aiuto, posso ancora credere di farcela da solo. La richiesta di aiuto rompe questa possibilità. E rompere una possibilità, anche una che fa soffrire, è sempre un atto costoso.

C’è anche una componente culturale che agisce sotto traccia, spesso più delle difficoltà individuali. In Italia, e non solo, l’idea di rivolgersi a uno psicologo porta ancora con sé un residuo di stigma. Non sempre dichiarato, spesso implicito. L’idea che chiedere aiuto significhi ammettere una debolezza, che ci sia qualcosa di fondamentalmente sbagliato in chi non riesce da solo. Questa convinzione raramente viene espressa a voce. Agisce nei tempi che si allungano, nelle decisioni che si rimandano.

Cosa significa davvero chiedere aiuto a uno psicologo

Chiedere aiuto a uno psicologo non significa arrendersi. Significa riconoscere che certi nodi non si sciolgono senza uno sguardo esterno, competente, non coinvolto emotivamente nella propria storia.

C’è una differenza sostanziale tra parlare con qualcuno di fiducia — un amico, un familiare — e parlare con uno psicoterapeuta. Nel primo caso, chi ascolta è inevitabilmente parte del sistema. Ha le proprie aspettative, la propria storia con noi, i propri bisogni. Anche con le migliori intenzioni, non può essere neutro. Il terapeuta crea uno spazio in cui il paziente può dirsi senza preoccuparsi dell’impatto che le proprie parole hanno su chi ascolta. Per molte persone è la prima volta.

La soglia per iniziare un percorso è molto più bassa di quella che molti si sono costruiti. Non è necessario stare «molto male» per avere ragioni valide. Spesso è sufficiente una difficoltà persistente che non si riesce a capire da soli, una relazione che non funziona come si vorrebbe, un senso di insoddisfazione che non trova nome. L’Organizzazione Mondiale della Sanitàdocumenta che la maggior parte delle persone con difficoltà psicologiche significative non riceve alcun trattamento.

Le resistenze più comuni

«Non sono abbastanza in crisi.»È forse la più diffusa. Si aspetta di toccare un fondo ipotetico, un momento in cui il bisogno sarà così evidente da giustificare la richiesta. Il problema è che quel fondo spesso si abbassa: ci si abitua a livelli di disagio che, guardati dall’esterno, sarebbero già motivo sufficiente per chiedere aiuto a uno psicologo.

«Dovrei riuscire da solo.»Questa convinzione è spesso legata all’idea che la capacità di gestire le proprie difficoltà in autonomia sia una qualità morale, non solo una competenza. Chi non ci riesce sente di avere fallito qualcosa, prima ancora di aver chiesto aiuto. È una trappola logica: si valuta negativamente se stessi proprio per la difficoltà che si sta cercando di affrontare.

«Parlare non serve.»Alcuni arrivano con questa convinzione, e di solito me la portano con una certa sfida nella voce. Di solito viene da esperienze passate in cui il parlare non era bastato — o da un’idea della psicoterapia come chiacchierata senza destinazione. Non è una convinzione irragionevole: è una difesa costruita su qualcosa di reale. La psicoterapia non è chiacchierare: è un lavoro con una struttura, un metodo, un obiettivo. Richiede impegno da entrambe le parti.

Il primo colloquio con lo psicologo: cosa aspettarsi

Molti arrivano al primo colloquio con una certa tensione. Portano un riassunto di sé, preparato nei giorni precedenti, come se dovessero giustificare la propria presenza. Come se ci fosse un esame da superare per avere diritto a parlare.

Non è così. Il primo colloquio non è una valutazione dell’entità del problema. È uno spazio in cui cominciare a guardare insieme qualcosa che, da soli, è difficile mettere a fuoco. Non si viene giudicati per ciò che si porta, né per come lo si porta. Si viene ascoltati.

La vergogna che accompagna la richiesta di aiuto — quella sensazione di esporsi troppo o di non avere abbastanza ragioni per farlo — raramente sopravvive alla prima conversazione reale. Non perché scompaia per effetto della seduta, ma perché il contesto cambia: ci si trova in uno spazio in cui ciò che si porta ha senso di essere detto.

Quello che rimane, spesso, è qualcosa di inatteso. La sorpresa di aver detto ad alta voce qualcosa che si portava in silenzio da molto tempo. E di aver scoperto che era possibile.

Quando chiedere aiuto a uno psicologo

Non c’è un momento perfetto. C’è il momento in cui si decide che aspettare non ha più senso.

Alcune persone arrivano in studio dopo anni di rimandi. Altre arrivano prima, con una difficoltà ancora circoscritta, e lavorano su di essa mentre è ancora gestibile. Non esiste una sequenza giusta. Esiste la decisione di farlo o di non farlo.

Quello che i miei pazienti descrivono, guardando indietro, è quasi sempre lo stesso: avrebbero voluto iniziare prima. Non perché il percorso sia stato facile, ma perché il tempo che si passa ad aspettare non è tempo neutro. È tempo in cui qualcosa continua a costare.

Qual è il momento in cui smetti di aspettare di stare abbastanza male per permetterti di chiedere aiuto?

Se stai valutando di iniziare un percorso,prenota un primo colloquio.

© 2026 Dott. Fabio di Guglielmo, Psicologo e Psicoterapeuta — Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata senza autorizzazione scritta dell’autore.