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Litigi di coppia in casa — psicoterapeuta Forlì Fabio di Guglielmo

Litigi di coppia: quando manca aiuto e presenza in casa

Litigi di coppia: quando il problema non è il litigio ma ciò che non viene visto

I litigi di coppia sulla gestione della casa sono tra i più frequenti che incontro nello studio. Anche tra le persone che si descrivono come innamorate, presenti, attente. Anche tra chi non avrebbe mai pensato di trovarsi a discutere per una lavatrice non fatta o un bambino accompagnato a scuola sempre dalla stessa persona.

La scena è quasi sempre riconoscibile: uno dei due ha la sensazione di portare un peso che l’altro non vede. L’altro si sente accusato di qualcosa che non riesce a nominare. Il litigio esplode su qualcosa di concreto, i piatti, le commissioni, il tempo libero, un calzino; ma in realtà parla d’altro.


Cosa c’è davvero sotto i litigi di coppia sulla casa

La divisione del carico domestico non è mai solo logistica. È una questione di riconoscimento.

Quando una persona sente che il proprio impegno non viene visto – non negato, non rifiutato, semplicemente ignorato – la stanchezza che si accumula non è solo fisica. È la stanchezza di occupare uno spazio condiviso senza essere davvero percepiti.

John Gottman e Nan Silver, nel loro studio longitudinale su centinaia di coppie, mostrano che la percezione di iniquità nella divisione dei compiti domestici è uno dei predittori più stabili dell’insoddisfazione relazionale a lungo termine. Non perché le coppie litighino per i piatti — ma perché nei piatti si concentra qualcosa di più difficile da dire. (J. Gottman, N. Silver, The Seven Principles for Making Marriage Work)

Quando il litigio diventa un codice

Quello che sembra un conflitto pratico è quasi sempre un codice per una richiesta emotiva che non ha ancora trovato le parole giuste.

“Non mi aiuti mai” spesso significa: non mi sento vista. “Faccio tutto io” spesso significa: ho bisogno che tu sia presente, non solo fisicamente. “Non ti importa” spesso significa: ho paura che quello che faccio non conti nulla per te.

Nessuno di questi messaggi arriva a destinazione dentro un litigio. Il litigio non è il canale giusto per trasmetterli, è il segnale che il canale giusto non è ancora stato trovato.

Il lavoro terapeutico in questi casi non riguarda la redistribuzione dei compiti. Riguarda la capacità di ascoltare cosa si nasconde dietro la richiesta manifesta e di rispondervi, per la prima volta, in modo diretto.

Cosa cambia quando si riesce a dirlo davvero

Le coppie che riescono a uscire da questo circolo non sono quelle che trovano un accordo sulla divisione delle faccende. Sono quelle che imparano a riconoscere, nel momento del conflitto, che dietro la rabbia c’è una domanda, e che quella domanda merita una risposta, non una difesa.

Non è un lavoro semplice. Richiede di rallentare nel momento in cui l’impulso è quello di alzare la voce. Richiede di chiedersi, prima di rispondere: cosa sta cercando di dirmi il mio partner che non riesce ancora a dire?

A volte questa capacità si costruisce da soli, con il tempo. A volte ha bisogno di uno spazio terzo, un luogo in cui la conversazione che non riesce a partire in casa possa finalmente cominciare.


Se ogni litigio finisce nello stesso punto, forse il problema non è il litigio, è ciò che il litigio non riesce ancora a dire.


Se riconosci questo schema nella tua relazione, puoi contattarmi per un primo colloquio o scoprire come lavoro.

© 2026 Dott. Fabio di Guglielmo, Psicologo e Psicoterapeuta — Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata senza autorizzazione scritta dell’autore.

Persona con la testa reclinata sulle ginocchia in postura di chiusura emotiva, immagine simbolica dell'abbandono emotivo in coppia

Abbandono emotivo: quando l’amore smette di essere curato

L’abbandono emotivo non inizia con una valigia. Non c’è una porta che sbatte, non c’è una conversazione che segna il prima e il dopo. Inizia con qualcosa di molto più difficile da nominare: la progressiva scomparsa dell’attenzione verso l’altro.

Quando la presenza non basta più

Nelle coppie che incontro in studio, l’abbandono emotivo ha quasi sempre la stessa forma: due persone che condividono uno spazio, una routine, a volte anche una famiglia, ma che hanno smesso di chiedersi come sta l’altro. Non per cattiveria. Spesso nemmeno per indifferenza consapevole.

È accaduto qualcosa di più sottile: l’altro è diventato un dato. Una certezza che non richiede più cura, attenzione, curiosità. Il partner è ancora lì, ed è proprio questo a rendere tutto così confuso: nessuno se n’è andato, eppure qualcosa di essenziale è assente.

La ricerca sul benessere relazionale documenta come le esperienze di trascuratezza emotiva — anche quando risalgono all’infanzia — lascino tracce precise nel modo in cui si costruisce l’attaccamento adulto e si regolano le emozioni dentro una relazione di coppia. Non è una questione di volontà: è una struttura appresa, spesso invisibile a chi la porta.

L’abbandono emotivo che non si riconosce

Chi lo vive fatica a dargli un nome. Non c’è stato un tradimento. Non c’è stata una crisi visibile. C’è solo una sensazione persistente di solitudine che si porta dentro la relazione, non fuori.

Chi lo subisce dice spesso le stesse cose: “Non riesco a spiegarmi perché mi sento sola, siamo ancora insieme.” Oppure: “Non mi fa mancare niente, ma è come se non ci fosse.” Quella difficoltà a nominare l’esperienza è già un segnale clinico importante. Quando il dolore non trova parole adeguate, tende a trasformarsi in distanza, irritabilità, rassegnazione silenziosa.

Chi lo agisce, invece, spesso non sa di farlo. Ha smesso di investire nella relazione senza una decisione consapevole. Si è lasciato assorbire dal lavoro, dalla stanchezza, dalla routine. Ha dato per scontato che l’altro stesse bene perché non protestava.

Cosa si può fare

L’abbandono emotivo non è una condanna. È un pattern relazionale che si è instaurato, e come tale può essere riconosciuto, compreso e modificato.

Il lavoro terapeutico in questi casi parte sempre da una domanda semplice nella forma, complessa nella sostanza: cosa è successo all’attenzione verso l’altro? Non quando è finita, ma quando ha cominciato a ridursi. Spesso la risposta rimanda a qualcosa che precede la coppia: un modo di stare nelle relazioni appreso prima, in una storia più lunga.

Riconoscere l’abbandono emotivo è il primo passo. Non per attribuire colpe, ma per riportare la relazione a ciò che dovrebbe essere: un luogo in cui l’altro non è mai scontato.

Se ti riconosci in quello che hai letto, puoi contattarmi per un primo colloquio o consultare la pagina dedicata alla psicoterapia di coppia.

Nella tua relazione, quando è stata l’ultima volta che ti sei fermato a chiederti davvero come sta l’altro?

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