Categoria:Coppia

donna sola che guarda fuori dalla finestra, relazione con un narcisista, psicoterapeuta Forlì

Relazione con un narcisista: quando smetti di essere vista

In una relazione con un narcisista la ferita più profonda non arriva con un litigio. Arriva il giorno in cui ti accorgi di non essere mai stata vista davvero.

Una donna si siede in studio. Parla piano, come chi si scusa di occupare spazio. Racconta anni passati a dare tutto: presenza, attenzione, un adattamento continuo ai bisogni dell’altro. In cambio ha ricevuto critica, correzione, la sensazione costante di non bastare mai.

Non mi parla di lui. Mi chiede cosa ha sbagliato lei. È il punto che mi colpisce di più.

Ogni tensione della coppia, con il tempo, era diventata una sua responsabilità. Ogni difficoltà, una prova della sua inadeguatezza. Aveva imparato a rimpicciolirsi per non disturbare, fino a non riconoscersi più allo specchio.

Cosa succede in una relazione con un narcisista

Il meccanismo è quasi sempre lo stesso. Le colpe si spostano. Ciò che appartiene a uno diventa il difetto dell’altra.

Lui non tollera qualcosa dentro di sé e lo consegna a lei. In psicoanalisi questo movimento ha un nome preciso: proiezione. Quando la consegna diventa più radicale si parla di identificazione proiettiva: non basta accusare, l’altro deve davvero arrivare a sentirsi ciò che gli viene attribuito. Kernberg la descriveva come una forma di evacuazione, uno svuotamento. Il soggetto espelle da sé le parti che lo minacciano e le deposita nella persona che ha più vicino.

Lei le raccoglie. Comincia a portarle come se fossero sempre state sue. E qui accade la cosa più insidiosa: più l’altro proietta la propria aggressività, più lei, ai suoi occhi, diventa il problema. Il contenitore di ciò che lui non sopporta finisce per assomigliare a un persecutore. Viene accusata proprio di ciò che subisce.

Il risultato non è un dubbio occasionale. È una convinzione che si sedimenta: se qualcosa non va, la causa sono io.

Il vuoto dietro la grandiosità del narcisista

Per capire cosa accade davvero in una relazione con un narcisista conviene guardare, almeno per un momento, dall’altra parte. Non per giustificare. Per rendere leggibile ciò che sembra solo crudeltà.

Dietro la facciata di sicurezza c’è quasi sempre una struttura fragile. Recalcati parla di «guscio vuoto»: un’immagine costruita per coprire un vuoto che non nasce da una perdita, ma sembra fatto della stessa stoffa della persona. La grandiosità non è troppo amore per sé. È la difesa di chi, dentro, si sente minimo, e ha bisogno che qualcun altro regga di continuo la sua immagine.

Ecco perché il partner diventa uno specchio. Finché riflette l’immagine desiderata, l’altro esiste. Quando reclama autonomia, quando smette di rimandare solo conferme, il legame entra in crisi. Non è un capriccio del momento. È che senza quello specchio riaffiora la vergogna che tutta la costruzione serviva a tenere lontana.

Comprendere il vuoto dell’altro non sposta di un millimetro le responsabilità. Le rende solo meno misteriose.

La colpa che non ti appartiene

Qui serve essere precisi. In una relazione con un narcisista la responsabilità di chi umilia, sminuisce, offende, non si divide a metà. Appartiene a chi lo fa.

Chi subisce non è complice del proprio annullamento. Alice Miller  lo ha scritto con una durezza che ancora oggi mette a disagio: la persona ferita è innocente, e le teorie che le restituiscono una quota di colpa sono spesso solo scudi, un modo per non guardare in faccia la crudeltà. Chi studia il trauma relazionale arriva allo stesso punto da un’altra strada: la vittima non ha costruito la gabbia, ha soltanto imparato a viverci dentro per sopravvivere.

Detto questo, la parola narcisista merita cautela. Nel linguaggio comune è diventata un’etichetta che si appiccica all’altro per chiudere il discorso. Ma un’etichetta spiega poco, e a volte diventa essa stessa una proiezione rovesciata: è comodo trasformare chi ci ha feriti in un mostro clinico, così non resta più niente da capire di noi.

Il lavoro in studio non serve a certificare la diagnosi di lui. Serve a capire cosa è accaduto a lei. Come ha imparato a sparire. Quando ha smesso di sentire la propria voce come degna di essere ascoltata.

Perché lasciare un narcisista è così difficile

Chi guarda da fuori si chiede perché non se ne vada. La domanda è comprensibile, ma è la domanda sbagliata.

Una relazione con un narcisista non si regge sulla forza. Si regge su un lento smantellamento della fiducia in sé. Ferenczi, quasi un secolo fa, aveva descritto un movimento che sembra impossibile e invece è la norma: chi è sopraffatto dalla paura tende a identificarsi con chi lo spaventa. Impara a indovinarne i desideri, a scomparire dentro i suoi. L’aggressore, da minaccia esterna, si trasforma in una voce interna.

Poi c’è il corpo. Il sistema di attaccamento non distingue tra un legame che nutre e uno che ferisce: davanti alla minaccia di perdere l’altro spinge ad avvicinarsi, non ad allontanarsi. È lo stesso istinto che porta a chiamare dieci volte chi ci sta facendo del male. Il corpo va in allarme, non in ritirata.

E quando la tua percezione della realtà viene contraddetta ogni giorno, arrivi a non fidarti più nemmeno di ciò che senti. «Sei troppo sensibile», «non è successo niente», «te lo sei immaginato»: ripetuto abbastanza a lungo, questo insegna a dubitare della propria esperienza prima ancora che dell’altro. È in quel punto che restare sembra più sicuro che andare.

Non è debolezza. È l’effetto prevedibile di un legame costruito per tenerti nel dubbio.

Quando chiedere aiuto in una relazione con un narcisista

C’è un segnale che vale più di qualsiasi elenco di sintomi: quando smetti di sapere se hai ragione a stare male.

Se ti accorgi di dover giustificare in continuazione la tua sofferenza, prima di tutto a te stessa, è il momento di cercare uno spazio fuori dal legame.  Non serve aver già deciso di andartene. Chiedere aiuto in una relazione con un narcisista non è un atto contro l’altro: è il primo gesto con cui torni a stare dalla tua parte.

Un percorso psicologico non stabilisce chi ha torto. Fa qualcosa di più lento e più radicale: restituisce a chi lo attraversa la capacità di sentirsi da dentro. All’inizio quella funzione la tiene il terapeuta, che lavora come un regolatore esterno, qualcuno che conferma per la prima volta che ciò che provi è reale. Poi, un po’ alla volta, quella capacità torna dove deve stare. A te.

Tornare visibili ai propri occhi, prima ancora che a quelli di qualcun altro. È da lì che si ricomincia.

Cosa ti ha convinta che, per essere amata, dovevi prima diventare invisibile?

Se ti riconosci in queste righe, puoi prenotare un primo colloquio  o scrivermi su WhatsApp al 334 632 9659. Lavoro a Forlì, di persona e online.

Coppia in silenzio — bugie di coppia e distanza emotiva, psicoterapeuta Forlì

Bugie di coppia: perché si mente a chi si ama

Le bugie di coppia raramente nascono dalla malafede. Nascono dalla paura — e capire da quale paura è il punto da cui si può ripartire.

Arrivano in studio, di solito, dopo che qualcosa è venuto a galla. Una bugia scoperta, un silenzio troppo lungo, una storia che non torna. La domanda che si portano in seduta, formulata in modi diversi ma sempre uguale a se stessa, è: perché? Perché mi hai mentito, se ti amavo? Perché non potevi dirmelo?

Ho imparato, nel corso degli anni, a rallentare prima di rispondere. La risposta immediata — “era più comodo”, “voleva evitare il conflitto” — è quasi sempre parziale. Le bugie nelle relazioni di coppia nascono da qualcosa di più sottile: dalla paura di perdere l’altro, o di perdere una versione di sé che l’altro ancora non conosce.

La bugia che tiene insieme

Le bugie di coppia più frequenti non sono quelle drammatiche. Sono quelle quotidiane: “sto bene”, “non mi importa”, “ho dimenticato”. Piccole menzogne che si depositano nel tempo, quasi invisibili, finché il deposito non diventa troppo pesante.

Chi mente non sta cercando di ferire: sta cercando di non rompere qualcosa che sente fragile. Il silenzio su un disagio, il “tutto bene” dato di automatismo, il dettaglio omesso per evitare una discussione: tutti gesti che proteggono il legame da una verità che sembra pericolosa.

Vale la pena fermarsi su questo punto. Chi mente in una coppia viene spesso letto come chi non rispetta l’altro, chi si sottrae alla relazione. Nella maggior parte dei casi che incontro in studio, accade qualcosa di più complesso: chi mente sta cercando di restare. Sta cercando, a modo suo, di proteggere ciò che teme di perdere.

Le bugie di coppia e il silenzio che si accumula

Questa menzogna — quella che protegge — funziona solo a breve termine. Nel tempo svuota il legame invece di tenerlo insieme. Crea una distanza silenziosa che nessuno dei due riesce a nominare, perché formalmente non è successo niente.

Il non-detto si accumula fino a diventare il clima della relazione, non un episodio. A quel punto la coppia non litiga per la bugia: litiga per tutto il resto, senza riuscire a toccare il problema reale.

Cosa si sta davvero proteggendo

Sotto la superficie di una bugia di coppia si trova quasi sempre vergogna, o paura di abbandono — spesso entrambe insieme.

Chi mente non sta proteggendo solo il fatto in sé. Sta proteggendo un’immagine di sé: quella che crede l’altro stia amando. La paura non è “mi lascerà se lo sa”, ma qualcosa di più silenzioso: “se vedrà questa parte di me, non mi riconoscerà più.”

Lo psicologo Paul Watzlawick, inPragmatica della comunicazione umana, descriveva come ogni comunicazione di coppia agisca su due livelli simultanei: il contenuto di ciò che si dice, e la definizione della relazione che quel modo di dirlo implica. La bugia funziona esattamente su questi due livelli. Non mente solo sui fatti: mente su chi si è disposti a essere, in quella relazione.

La bugia come risposta, non come inizio

Capire questo sposta il lavoro terapeutico. Non si tratta di stabilire la colpa, né di misurare l’entità della menzogna. Si tratta di chiedersi: cosa stava proteggendo chi ha mentito?

Spesso emerge che la bugia è arrivata dopo. Dopo un periodo in cui chi ha mentito non si sentiva abbastanza al sicuro per dire la verità. Dopo mesi in cui aveva provato a portare qualcosa di difficile — e aveva trovato una porta chiusa, una reazione che scoraggiava, un silenzio che sembrava un giudizio. In questi casi la menzogna non è l’inizio del problema: è la risposta a un problema già presente.

Quando le bugie di coppia smettono di funzionare

C’è un momento in cui la bugia cessa di essere una strategia di sopravvivenza e diventa il problema principale. Di solito coincide con la scoperta. Altre volte coincide con la saturazione: quel punto in cui il peso delle mezze verità diventa insostenibile anche per chi le ha costruite.

Quello che ferisce di più non è quasi mai il contenuto della bugia. È la realizzazione di essere stati sconosciuti: di aver amato qualcuno che non si è mai mostrato del tutto. Non è il singolo fatto che distrugge la fiducia: è il senso di aver vissuto accanto a una versione parziale dell’altro.

Questa realizzazione apre una domanda senza risposta facile: cosa era reale, in tutto quello che abbiamo vissuto insieme? La tentazione, in questo momento, è rileggere tutto alla luce della bugia scoperta — e trovare tradimento anche dove non c’era. È una reazione comprensibile, ma non necessariamente vera. La bugia non cancella ciò che c’era: dice qualcosa su ciò che mancava.

La possibilità che si apre nel momento più difficile

Paradossalmente, è proprio questo momento — doloroso, spesso caotico — che può aprire qualcosa di più reale. Quando la distanza costruita nel tempo dalle bugie di coppia diventa finalmente visibile, i due possono scegliere di lavorarci.

Non per tornare a com’era prima, che spesso non era abbastanza. Per costruire un tipo di vicinanza che non abbia bisogno di tante protezioni.

Il percorso di psicoterapia di coppia non garantisce che il legame sopravviva: garantisce che venga guardato per quello che è, senza le narrazioni di comodo che lo hanno tenuto in piedi. Quello che spesso sorprende è che il momento della crisi è anche il momento in cui i due si parlano in modo più diretto di quanto abbiano fatto in anni. Come se la rottura del silenzio, per quanto dolorosa, restituisse la possibilità di un contatto vero.

Bugie di coppia: il punto da cui si può ripartire

Le bugie di coppia non sono mai solo bugie. Sono segnali: della distanza che si è creata, delle cose che non si riesce a dire, della fatica di mostrarsi per quello che si è.

Lavorarci in psicoterapia non significa fermarsi alla menzogna e a chi ha torto. Significa chiedersi cosa rendeva impossibile la verità — e se c’è ancora abbastanza spazio, tra i due, per cominciare a dirla.

Se ti riconosci in questi schemi — come chi ha mentito o come chi ha scoperto di essere stato ingannato — puoiprendere un primo appuntamentoo scoprire come lavoro nella pagina dedicata allapsicoterapia di coppia.

“Nelle coppie si mente raramente per cattiveria. Si mente perché la verità sembra troppo rischiosa da portare — e questo, più della bugia stessa, è quello su cui vale la pena lavorare.”

© 2026 Dott. Fabio di Guglielmo, Psicologo e Psicoterapeuta — Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata senza autorizzazione scritta dell’autore.

Litigi di coppia in casa — psicoterapeuta Forlì Fabio di Guglielmo

Litigi di coppia: quando manca aiuto e presenza in casa

Litigi di coppia: quando il problema non è il litigio ma ciò che non viene visto

I litigi di coppia sulla gestione della casa sono tra i più frequenti che incontro nello studio. Anche tra le persone che si descrivono come innamorate, presenti, attente. Anche tra chi non avrebbe mai pensato di trovarsi a discutere per una lavatrice non fatta o un bambino accompagnato a scuola sempre dalla stessa persona.

La scena è quasi sempre riconoscibile: uno dei due ha la sensazione di portare un peso che l’altro non vede. L’altro si sente accusato di qualcosa che non riesce a nominare. Il litigio esplode su qualcosa di concreto, i piatti, le commissioni, il tempo libero, un calzino; ma in realtà parla d’altro.


Cosa c’è davvero sotto i litigi di coppia sulla casa

La divisione del carico domestico non è mai solo logistica. È una questione di riconoscimento.

Quando una persona sente che il proprio impegno non viene visto – non negato, non rifiutato, semplicemente ignorato – la stanchezza che si accumula non è solo fisica. È la stanchezza di occupare uno spazio condiviso senza essere davvero percepiti.

John Gottman e Nan Silver, nel loro studio longitudinale su centinaia di coppie, mostrano che la percezione di iniquità nella divisione dei compiti domestici è uno dei predittori più stabili dell’insoddisfazione relazionale a lungo termine. Non perché le coppie litighino per i piatti — ma perché nei piatti si concentra qualcosa di più difficile da dire.(J. Gottman, N. Silver,The Seven Principles for Making Marriage Work)

Quando il litigio diventa un codice

Quello che sembra un conflitto pratico è quasi sempre un codice per una richiesta emotiva che non ha ancora trovato le parole giuste.

“Non mi aiuti mai” spesso significa:non mi sento vista. “Faccio tutto io” spesso significa:ho bisogno che tu sia presente, non solo fisicamente. “Non ti importa” spesso significa:ho paura che quello che faccio non conti nulla per te.

Nessuno di questi messaggi arriva a destinazione dentro un litigio. Il litigio non è il canale giusto per trasmetterli, è il segnale che il canale giusto non è ancora stato trovato.

Il lavoro terapeutico in questi casi non riguarda la redistribuzione dei compiti. Riguarda la capacità di ascoltare cosa si nasconde dietro la richiesta manifesta e di rispondervi, per la prima volta, in modo diretto.

Cosa cambia quando si riesce a dirlo davvero

Le coppie che riescono a uscire da questo circolo non sono quelle che trovano un accordo sulla divisione delle faccende. Sono quelle che imparano a riconoscere, nel momento del conflitto, che dietro la rabbia c’è una domanda, e che quella domanda merita una risposta, non una difesa.

Non è un lavoro semplice. Richiede di rallentare nel momento in cui l’impulso è quello di alzare la voce. Richiede di chiedersi, prima di rispondere:cosa sta cercando di dirmi il mio partner che non riesce ancora a dire?

A volte questa capacità si costruisce da soli, con il tempo. A volte ha bisogno di uno spazio terzo, un luogo in cui la conversazione che non riesce a partire in casa possa finalmente cominciare.


Se ogni litigio finisce nello stesso punto, forse il problema non è il litigio, è ciò che il litigio non riesce ancora a dire.


Se riconosci questo schema nella tua relazione, puoicontattarmi per un primo colloquiooscoprire come lavoro.

© 2026 Dott. Fabio di Guglielmo, Psicologo e Psicoterapeuta — Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata senza autorizzazione scritta dell’autore.

Persona con la testa reclinata sulle ginocchia in postura di chiusura emotiva, immagine simbolica dell'abbandono emotivo in coppia

Abbandono emotivo: quando l’amore smette di essere curato

L’abbandono emotivo non inizia con una valigia. Non c’è una porta che sbatte, non c’è una conversazione che segna il prima e il dopo. Inizia con qualcosa di molto più difficile da nominare: la progressiva scomparsa dell’attenzione verso l’altro.

Quando la presenza non basta più

Nelle coppie che incontro in studio, l’abbandono emotivo ha quasi sempre la stessa forma: due persone che condividono uno spazio, una routine, a volte anche una famiglia, ma che hanno smesso di chiedersi come sta l’altro. Non per cattiveria. Spesso nemmeno per indifferenza consapevole.

È accaduto qualcosa di più sottile: l’altro è diventato un dato. Una certezza che non richiede più cura, attenzione, curiosità. Il partner è ancora lì, ed è proprio questo a rendere tutto così confuso: nessuno se n’è andato, eppure qualcosa di essenziale è assente.

La ricerca sulbenessere relazionaledocumenta come le esperienze di trascuratezza emotiva — anche quando risalgono all’infanzia — lascino tracce precise nel modo in cui si costruisce l’attaccamento adulto e si regolano le emozioni dentro una relazione di coppia. Non è una questione di volontà: è una struttura appresa, spesso invisibile a chi la porta.

L’abbandono emotivo che non si riconosce

Chi lo vive fatica a dargli un nome. Non c’è stato un tradimento. Non c’è stata una crisi visibile. C’è solo una sensazione persistente di solitudine che si porta dentro la relazione, non fuori.

Chi lo subisce dice spesso le stesse cose: “Non riesco a spiegarmi perché mi sento sola, siamo ancora insieme.” Oppure: “Non mi fa mancare niente, ma è come se non ci fosse.” Quella difficoltà a nominare l’esperienza è già un segnale clinico importante. Quando il dolore non trova parole adeguate, tende a trasformarsi in distanza, irritabilità, rassegnazione silenziosa.

Chi lo agisce, invece, spesso non sa di farlo. Ha smesso di investire nella relazione senza una decisione consapevole. Si è lasciato assorbire dal lavoro, dalla stanchezza, dalla routine. Ha dato per scontato che l’altro stesse bene perché non protestava.

Cosa si può fare

L’abbandono emotivo non è una condanna. È un pattern relazionale che si è instaurato, e come tale può essere riconosciuto, compreso e modificato.

Il lavoro terapeutico in questi casi parte sempre da una domanda semplice nella forma, complessa nella sostanza: cosa è successo all’attenzione verso l’altro? Non quando è finita, ma quando ha cominciato a ridursi. Spesso la risposta rimanda a qualcosa che precede la coppia: un modo di stare nelle relazioni appreso prima, in una storia più lunga.

Riconoscere l’abbandono emotivo è il primo passo. Non per attribuire colpe, ma per riportare la relazione a ciò che dovrebbe essere: un luogo in cui l’altro non è mai scontato.

Se ti riconosci in quello che hai letto, puoi contattarmi per unprimo colloquioo consultare la pagina dedicata allapsicoterapia di coppia.

Nella tua relazione, quando è stata l’ultima volta che ti sei fermato a chiederti davvero come sta l’altro?

© 2026 Dott. Fabio di Guglielmo, Psicologo e Psicoterapeuta — Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata senza autorizzazione scritta dell’autore.

Donna sola con le braccia intorno alle ginocchia, immagine che evoca dipendenza affettiva e solitudine emotiva

Quando amare fa male: dipendenza affettiva e il paradosso del dolore che tiene

Poche forme di sofferenza sono difficili da nominare quanto la dipendenza affettiva. Non perché manchino le parole, ma perché le parole disponibili sembrano sempre troppo piccole o troppo grandi.

C’è una domanda che ritorna, formulata in modi diversi, nello studio di uno psicoterapeuta come in qualsiasi altra stanza in cui si parla sul serio: perché continuo a stare con qualcuno che mi fa stare male?

Chi la porta non è ingenuo. Sa già la risposta razionale: sa che quella relazione non funziona, sa che meriterebbe altro, sa che dovrebbe andarsene. Eppure rimane. O se va, torna. O se non torna, cerca qualcuno di uguale.

La dipendenza affettiva non è debolezza di carattere. Non è mancanza di autostima nel senso banale del termine, quella che si risolve con qualche frase motivazionale davanti allo specchio.

È qualcosa di più antico e più strutturato: un pattern relazionale che si è formato presto, in risposta a legami precoci che non hanno dato abbastanza sicurezza, e che da allora si ripete.

Perché il sistema nervoso conosce quella forma di amore, anche quando fa male. Soprattutto quando fa male.

Il paradosso che tiene in piedi la dipendenza affettiva

Il paradosso è questo: l’intensità dell’angoscia, la paura dell’abbandono, il bisogno di rassicurazione costante, la sensazione di non esistere fuori dalla relazione, viene scambiata per profondità del sentimento.

Se soffro così tanto, deve significare qualcosa. E in effetti significa qualcosa, solo non quello che pensiamo.

Significa che quel legame ha toccato qualcosa di non risolto. Qualcosa che chiede di essere finalmente guardato: non nell’altra persona, ma dentro.

È qui che la psicoterapia può fare la differenza. Non per guarire dall’amore, non per diventare più freddi o più distaccati. Ma per capire cosa si sta cercando davvero in quelle relazioni che fanno così male.

E per scoprire che spesso si cerca qualcosa che non può arrivare dall’esterno, qualcosa che ha un altro indirizzo.

La domanda che vale la pena portare con sé: sto cercando amore, o sto cercando conferma di qualcosa che credo di meritare?

Se ti riconosci in quello che hai letto e vorresti esplorare la dipendenza affettiva in un percorso terapeutico,puoi contattarmi per un primo colloquio nel mio studio a Forlì o online.

Immagine rappresentativa di due figure incatenate ai polsi, simbolo di relazioni tossiche, che indica isolamento e difficoltà emotiva.

Le relazioni tossiche: un’esplorazione fenomenologica

Le relazioni tossiche sono un tema complicato e delicato che interessa svariate persone. Questo tipo di relazione si caratterizza per essere sbilanciata, dove spesso una persona ha troppo controllo sull’altra, si possono verificare manipolazioni emotive, e in alcuni casi, abuso psicologico o fisico.

Queste situazioni possono pesare molto sulla salute mentale di chi le vive. Parlando in termini più semplici, cerchiamo di capire come queste relazioni funzionano e quali effetti possono avere sulle persone. Importante è anche sapere che ci sono modi e risorse disponibili per affrontare queste difficili situazioni e trovare la strada per uscirne.

Read more