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Persona con la testa reclinata sulle ginocchia in postura di chiusura emotiva, immagine simbolica dell'abbandono emotivo in coppia

Abbandono emotivo: quando l’amore smette di essere curato

L’abbandono emotivo non inizia con una valigia. Non c’è una porta che sbatte, non c’è una conversazione che segna il prima e il dopo. Inizia con qualcosa di molto più difficile da nominare: la progressiva scomparsa dell’attenzione verso l’altro.

Quando la presenza non basta più

Nelle coppie che incontro in studio, l’abbandono emotivo ha quasi sempre la stessa forma: due persone che condividono uno spazio, una routine, a volte anche una famiglia, ma che hanno smesso di chiedersi come sta l’altro. Non per cattiveria. Spesso nemmeno per indifferenza consapevole.

È accaduto qualcosa di più sottile: l’altro è diventato un dato. Una certezza che non richiede più cura, attenzione, curiosità. Il partner è ancora lì, ed è proprio questo a rendere tutto così confuso: nessuno se n’è andato, eppure qualcosa di essenziale è assente.

La ricerca sul benessere relazionale documenta come le esperienze di trascuratezza emotiva — anche quando risalgono all’infanzia — lascino tracce precise nel modo in cui si costruisce l’attaccamento adulto e si regolano le emozioni dentro una relazione di coppia. Non è una questione di volontà: è una struttura appresa, spesso invisibile a chi la porta.

L’abbandono emotivo che non si riconosce

Chi lo vive fatica a dargli un nome. Non c’è stato un tradimento. Non c’è stata una crisi visibile. C’è solo una sensazione persistente di solitudine che si porta dentro la relazione, non fuori.

Chi lo subisce dice spesso le stesse cose: “Non riesco a spiegarmi perché mi sento sola, siamo ancora insieme.” Oppure: “Non mi fa mancare niente, ma è come se non ci fosse.” Quella difficoltà a nominare l’esperienza è già un segnale clinico importante. Quando il dolore non trova parole adeguate, tende a trasformarsi in distanza, irritabilità, rassegnazione silenziosa.

Chi lo agisce, invece, spesso non sa di farlo. Ha smesso di investire nella relazione senza una decisione consapevole. Si è lasciato assorbire dal lavoro, dalla stanchezza, dalla routine. Ha dato per scontato che l’altro stesse bene perché non protestava.

Cosa si può fare

L’abbandono emotivo non è una condanna. È un pattern relazionale che si è instaurato, e come tale può essere riconosciuto, compreso e modificato.

Il lavoro terapeutico in questi casi parte sempre da una domanda semplice nella forma, complessa nella sostanza: cosa è successo all’attenzione verso l’altro? Non quando è finita, ma quando ha cominciato a ridursi. Spesso la risposta rimanda a qualcosa che precede la coppia: un modo di stare nelle relazioni appreso prima, in una storia più lunga.

Riconoscere l’abbandono emotivo è il primo passo. Non per attribuire colpe, ma per riportare la relazione a ciò che dovrebbe essere: un luogo in cui l’altro non è mai scontato.

Se ti riconosci in quello che hai letto, puoi contattarmi per un primo colloquio o consultare la pagina dedicata alla psicoterapia di coppia.

Nella tua relazione, quando è stata l’ultima volta che ti sei fermato a chiederti davvero come sta l’altro?

© 2026 Dott. Fabio di Guglielmo, Psicologo e Psicoterapeuta — Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata senza autorizzazione scritta dell’autore.

Smartphone con grafico candlestick su sfondo scuro — disposition effect nel trading

Disposition effect: perché chiudi i profitti troppo presto e lasci correre le perdite

Il disposition effect è uno dei bias più documentati nella psicologia delle decisioni finanziarie. Si manifesta in due movimenti opposti e complementari: chiudere in fretta le operazioni in profitto, tenere aperte quelle in perdita molto oltre il segnale di uscita. Quasi ogni trader con un po’ di esperienza lo riconosce nel suo log. Quasi nessuno riesce a fermarlo solo sapendolo.

Kahneman e Tversky hanno mostrato che la sofferenza associata a una perdita è circa due volte più intensa del piacere prodotto da un guadagno equivalente. Il cervello non elabora rischi e opportunità in modo simmetrico. Chiudere un profitto attiva sollievo immediato: la certezza sostituisce l’incertezza. Tenere aperta una perdita mantiene viva una possibilità: quella di non dover registrare il rosso, di non dover ammettere che quella posizione era sbagliata. Non è irrazionalità. È il sistema nervoso che opera secondo le sue priorità, che non coincidono con quelle del piano operativo.

C’è un dettaglio che vale la pena notare: il disposition effect colpisce soprattutto i trader con esperienza, non quelli alle prime armi. Chi inizia non riconosce nemmeno il pattern. Chi ha esperienza lo conosce, lo ha identificato, magari ne ha già parlato. Eppure continua a ripeterlo. Questo dice qualcosa di preciso: la conoscenza del bias non è sufficiente a neutralizzarlo.

Il disposition effect non si risolve aggiungendo regole

Il trader esperto che soffre di questo pattern ha già abbastanza regole. Il problema non è l’assenza di struttura. È la pressione emotiva che fa cedere la struttura nel momento in cui servirebbe di più. Il lavoro utile riguarda la capacità di riconoscere lo stato interno che precede quelle decisioni. Qual è la sensazione fisica nell’istante in cui si valuta di uscire troppo presto? Cosa sta succedendo nel respiro, nella tensione muscolare? Queste non sono domande teoriche. Sono il punto d’ingresso per costruire una risposta diversa. Il secondo livello riguarda il significato: cosa rappresenta quella perdita non registrata? La risposta non è mai solo finanziaria.

Se sai già cos’è il disposition effect e continui a ripeterlo, cosa stai davvero cercando di evitare?

Se riconosci questo pattern nel tuo trading, puoi contattarmi per un primo colloquio di coaching a Forlì o online.

© 2026 Dott. Fabio di Guglielmo, Psicologo e Psicoterapeuta — Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata senza autorizzazione scritta dell’autore.

Illustrazione della mente e disturbi del sonno — psicologia e benessere emotivo

Disturbi del sonno: quando la notte racconta qualcosa che il giorno non dice

I disturbi del sonno non sono un problema di igiene notturna. Sono, il più delle volte, il segnale che qualcosa nella vita psichica di una persona ha smesso di trovare il proprio posto durante il giorno e continua a cercarlo di notte.

Chi soffre di insonnia conosce bene quella sensazione: il corpo è stanco, la mente no.

I pensieri si attivano esattamente quando dovrebbero spegnersi. Non è un capriccio neurologico. È un sistema che comunica attraverso l’unico canale rimasto aperto.

I disturbi del sonno che osservo più frequentemente nel lavoro clinico non si presentano mai da soli. Arrivano insieme a qualcos’altro: un’ansia che durante il giorno si riesce a tenere a bada, un lutto non elaborato, una tensione relazionale che si è imparato a non nominare.

Come documenta Psychiatry on Line Italia, il rapporto tra disturbi del sonno e salute mentale è bidirezionale: il sonno disturbato non è solo conseguenza di un disagio psichico, ma può diventarne causa.

Il sonno interrotto è spesso il punto in cui quella tensione si rende visibile. Ignorarla non la risolve: la sposta.

L’errore più comune è trattare il disturbo del sonno come un problema tecnico da correggere con la giusta routine. Le strategie comportamentali aiutano, e in alcuni casi sono necessarie.

Ma quando il problema è persistente, la domanda da fare non è “come faccio a dormire meglio?” È “cosa non riesco a sostenere mentre sono sveglio?”

Quando il corpo chiede ascolto

Il lavoro su questi disturbi, in un contesto psicoterapeutico, parte da lì. Non dall’insonnia come sintomo isolato, ma da ciò che la precede: lo stato emotivo delle ore serali, i pensieri ricorrenti, il tipo di sogni quando il sonno arriva.

Il sonno è uno spazio rivelatore. Quello che emerge in quel confine tra veglia e notte dice spesso più di molte sedute.

Dormire non è solo recuperare energie. È lasciare andare il controllo.

E per chi ha imparato che lasciare andare il controllo è pericoloso, quella soglia diventa il luogo di maggiore resistenza.

Cosa stai cercando di controllare, nelle ore in cui dovresti dormire?

Se vuoi esplorare il legame tra i tuoi disturbi del sonno e la tua vita emotiva, puoi contattarmi per un primo colloquio a Forlì o online, oppure scoprire come lavoro.

© 2026 Dott. Fabio di Guglielmo, Psicologo e Psicoterapeuta — Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata senza autorizzazione scritta dell’autore.

Difficoltà psicologiche nel trading: la mente che decide

Le difficoltà psicologiche nel trading non sono un tema secondario. Sono il tema. Un trader può avere un sistema solido, regole chiare, una gestione del rischio impeccabile — e perdere comunque. Non perché il mercato abbia torto, ma perché nel momento decisivo la mente ha smesso di seguire il piano e ha cominciato a seguire qualcos’altro.

Quello che accade in quei momenti non è irrazionalità. È una risposta emotiva che ha radici precise — e che si ripete, nelle stesse condizioni, con la stessa intensità, ogni volta che la pressione sale abbastanza. Come documenta l’American Psychological Association, le risposte emotive sotto pressione seguono pattern prevedibili e riconoscibili.

Le difficoltà psicologiche più comuni che osservo nel lavoro con i trader non sono difetti di carattere. Sono pattern. L’ansia da performance che porta a uscire troppo presto da una posizione vincente. La paura della perdita che blocca l’esecuzione anche quando il segnale è chiaro. L’euforia dopo una serie positiva che allarga l’esposizione oltre ogni logica. Il revenge trading che trasforma una perdita in una spirale. Ognuno di questi pattern ha una struttura interna riconoscibile — e una storia personale che lo alimenta.

Il punto che la psicologia del trading spesso trascura è questo: non basta riconoscere le emozioni. Bisogna capire da dove vengono. Un trader che entra in overtrading sistematicamente dopo una perdita non ha un problema di disciplina. Ha un problema con il significato che attribuisce alla perdita stessa — e finché quel significato non cambia, nessuna regola operativa reggerà abbastanza a lungo.

Difficoltà psicologiche nel trading: dove inizia il lavoro reale

Il lavoro che faccio con i trader non parte dalle strategie. Parte dall’osservazione del comportamento operativo reale: cosa accade prima di aprire una posizione fuori piano, quale stato emotivo precede sistematicamente le sessioni problematiche, cosa racconta il log delle operazioni quando lo si legge senza difese.

La stabilità operativa non si costruisce imponendo controllo. Si costruisce conoscendo la propria mente abbastanza da riconoscere quando non è nelle condizioni di operare bene.

Qual è la differenza tra un trader che gestisce le emozioni e uno che le conosce?

Se vuoi lavorare sulle difficoltà psicologiche nel tuo trading, puoi contattarmi per un primo colloquio di coaching a Forlì o online, oppure scoprire come lavoro.

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trader in difficoltà emotiva, overtrading e psicologia del trading

Overtrading: quando il problema non è il mercato

L’overtrading è tra i pattern più comuni nei trader. Ed è uno dei più difficili da riconoscere in tempo reale, perché nel momento in cui accade sembra sempre giustificato.

C’è sempre una ragione. Il mercato stava dando segnali. L’occasione sembrava concreta. La perdita precedente andava recuperata. Il ragionamento è lucido, la logica apparentemente solida. Eppure il risultato, a fine sessione, è sempre lo stesso: troppe operazioni, troppa esposizione, un conto che non rispecchia il piano.

Il problema non nasce da un errore analitico. Nasce da uno stato emotivo che ha preso il comando prima ancora che la mente razionale se ne accorgesse. Può essere ansia. A volte è euforia dopo una serie positiva. Altre volte è il bisogno urgente di recuperare una perdita che brucia ancora. In tutti i casi, la mano che apre la posizione non sta seguendo il sistema. Sta seguendo qualcosa di più vecchio e più potente. È quello che la ricerca sul rischio emotivo nelle decisioni finanziarie descrive da anni: le emozioni non disturbano il processo decisionale, ne fanno parte.

Il lavoro che faccio con i trader attraverso il coaching riguarda esattamente questo. Non le strategie operative. Piuttosto: riconoscere il momento in cui si smette di ragionare e si comincia a reagire. È una distinzione sottile, spesso invisibile durante la sessione. Diventa evidente a posteriori, quando si guarda il log delle operazioni e non si riesce a spiegare perché si è entrati cinque volte in due ore sullo stesso strumento.

La stabilità operativa si costruisce su tre livelli:

  • riconoscere lo stato emotivo prima di aprire una posizione
  • distinguere un segnale di mercato da un impulso emotivo
  • sapere quando non operare vale più di qualsiasi entrata

L’overtrading è un segnale che nessun indicatore mostra

L’overtrading è un sintomo, non un vizio. Chiede di essere letto, non soppresso. Ignorarlo o coprirlo con nuove regole operative funziona raramente. Le regole reggono finché l’emozione non supera una certa soglia. A quel punto cedono sempre.

Il lavoro utile è a monte: capire quale stato emotivo precede sistematicamente le sessioni fuori controllo, e intervenire lì.

La domanda che vale la pena portare con sé non è “come faccio a operare di meno”. È “cosa stavo cercando quando ho aperto quella posizione in più?”

Se riconosci questo pattern nel tuo trading e vuoi lavorarci in modo strutturato, puoi contattarmi per un primo colloquio di coaching a Forlì o online.

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Donna sola con le braccia intorno alle ginocchia, immagine che evoca dipendenza affettiva e solitudine emotiva

Quando amare fa male: dipendenza affettiva e il paradosso del dolore che tiene

Poche forme di sofferenza sono difficili da nominare quanto la dipendenza affettiva. Non perché manchino le parole, ma perché le parole disponibili sembrano sempre troppo piccole o troppo grandi.

C’è una domanda che ritorna, formulata in modi diversi, nello studio di uno psicoterapeuta come in qualsiasi altra stanza in cui si parla sul serio: perché continuo a stare con qualcuno che mi fa stare male?

Chi la porta non è ingenuo. Sa già la risposta razionale: sa che quella relazione non funziona, sa che meriterebbe altro, sa che dovrebbe andarsene. Eppure rimane. O se va, torna. O se non torna, cerca qualcuno di uguale.

La dipendenza affettiva non è debolezza di carattere. Non è mancanza di autostima nel senso banale del termine, quella che si risolve con qualche frase motivazionale davanti allo specchio.

È qualcosa di più antico e più strutturato: un pattern relazionale che si è formato presto, in risposta a legami precoci che non hanno dato abbastanza sicurezza, e che da allora si ripete.

Perché il sistema nervoso conosce quella forma di amore, anche quando fa male. Soprattutto quando fa male.

Il paradosso che tiene in piedi la dipendenza affettiva

Il paradosso è questo: l’intensità dell’angoscia, la paura dell’abbandono, il bisogno di rassicurazione costante, la sensazione di non esistere fuori dalla relazione, viene scambiata per profondità del sentimento.

Se soffro così tanto, deve significare qualcosa. E in effetti significa qualcosa, solo non quello che pensiamo.

Significa che quel legame ha toccato qualcosa di non risolto. Qualcosa che chiede di essere finalmente guardato: non nell’altra persona, ma dentro.

È qui che la psicoterapia può fare la differenza. Non per guarire dall’amore, non per diventare più freddi o più distaccati. Ma per capire cosa si sta cercando davvero in quelle relazioni che fanno così male.

E per scoprire che spesso si cerca qualcosa che non può arrivare dall’esterno, qualcosa che ha un altro indirizzo.

La domanda che vale la pena portare con sé: sto cercando amore, o sto cercando conferma di qualcosa che credo di meritare?

Se ti riconosci in quello che hai letto e vorresti esplorare la dipendenza affettiva in un percorso terapeutico, puoi contattarmi per un primo colloquio nel mio studio a Forlì o online.

Immagine rappresentativa di una donna soddisfatta per essere stata apprezzata da like virtuali, simbolo di valore sociale o bisogno di accettazione?

Perché cerchiamo l’approvazione degli altri? La scienza dietro il bisogno sociale

Viviamo in un mondo sempre più interconnesso, dove l’approvazione è diventata una presenza costante nelle nostre vite. Che si tratti di un like sui social, di un complimento in ufficio o di uno sguardo d’intesa, l’approvazione degli altri sembra avere un peso crescente sul nostro equilibrio emotivo.

Bisogno di approvazione sociale e autostima

Perché cerchiamo sempre l’approvazione degli altri?
Questo bisogno non riguarda solo il piacere di essere apprezzati. A volte sembra condizionare in modo profondo il nostro benessere interiore. Per questo è utile chiederci da dove nasce e perché è così potente.

Le radici evolutive del bisogno di approvazione

Gli esseri umani sono sempre stati creature sociali. Nei gruppi antichi, essere accettati significava sicurezza, accesso alle risorse e protezione dai pericoli. Il cervello ha conservato questa logica di base anche oggi.

Quando ci sentiamo esclusi, il disagio può attivare le stesse aree neuronali coinvolte nel dolore fisico. Non è solo una metafora: il rifiuto “fa male” anche dal punto di vista biologico. Questo rende il bisogno di approvazione profondo e difficile da ignorare.

Ferite infantili e rafforzamento del bisogno

L’origine della dinamica non è solo evolutiva. Molto si forma nelle relazioni dell’infanzia. Un bambino che riceve poco riconoscimento emotivo, un sostegno instabile o critiche frequenti può imparare che il suo valore dipende dallo sguardo degli altri.

Col tempo, questa esperienza diventa una sorta di “mappa interna”. Da adulti ci si ritrova a cercare conferme esterne per sentirsi all’altezza. L’insicurezza si alimenta e l’identità rischia di costruirsi soprattutto sulla base del giudizio altrui.

Quando il bisogno di approvazione diventa dipendenza

Un certo desiderio di approvazione è normale. Diventa però un problema quando condiziona rigidamente l’autostima. Una critica può generare ansia intensa. Un semplice dissenso può essere vissuto come una minaccia personale.

In queste situazioni emergono comportamenti ripetitivi. Alcune persone iniziano a compiacere gli altri a scapito dei propri bisogni. Altre evitano il conflitto per paura del giudizio. C’è anche chi cerca continue conferme per sentirsi “abbastanza”.

Si crea così un circolo difficile da spezzare: insicurezza, ricerca di approvazione, sollievo temporaneo e nuova insicurezza. A lungo andare la persona perde autenticità e si sente intrappolata in un ruolo che non sente davvero suo.

Come iniziare a liberarsi da questa dinamica

È possibile alleggerire questo bisogno, anche se richiede un lavoro mirato e costante. Il primo passo consiste nel riconoscere i momenti in cui si agisce per compiacere e non per una scelta autentica. Notare la dinamica è già un atto di libertà.

Esplorare le origini

La terapia offre uno spazio sicuro per tornare alle esperienze infantili, alle prime ferite emotive e ai modelli assorbiti dal contesto familiare. Comprendere come tutto è nato permette di sciogliere nodi profondi che alimentano il bisogno di approvazione.

Costruire un’autostima interna

Il passo successivo riguarda il valore personale. Diventa importante distinguere ciò che sei da ciò che gli altri pensano di te. Poco alla volta si sviluppa la capacità di auto-validarsi, riducendo la dipendenza dai giudizi esterni e recuperando una base interna più stabile.

Conclusione

Il bisogno di approvazione è umano. Diventa un limite quando governa le scelte quotidiane o impedisce relazioni sincere. Un’identità solida e un valore interiore riconosciuto permettono di vivere con maggiore libertà, equilibrio e sicurezza emotiva.

Vuoi approfondire questi aspetti?

Ti sei mai chiesto quanto il giudizio altrui influenzi la tua autostima? E ti capita di sentirti “abbastanza” solo quando gli altri approvano ciò che fai?

Se queste domande risuonano, potremmo esplorare insieme ciò che accade dentro di te. Il lavoro terapeutico permette di riconoscere questi schemi, sciogliere dinamiche radicate nel passato e costruire un senso di valore più stabile e autentico.

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Allora il titolo dell'immagine segue il titolo dell'articolo, in formato permalink: `attacchi-di-panico-comprensione-e-terapia`

Gli attacchi di panico: comprensione e terapia

Gli attacchi di panico arrivano senza preavviso. Un momento stai facendo qualcosa di ordinario, il momento dopo il corpo sembra tradire ogni certezza: il cuore accelera, il respiro si accorcia, la realtà si fa improvvisamente estranea. Chi li ha vissuti sa che non si tratta di debolezza. Si tratta di un sistema di allarme che ha perso la calibrazione.

I sintomi sono riconoscibili: tachicardia, vertigini, sudorazione, sensazione di derealizzazione. L’attacco dura pochi minuti, ma lascia un’eco lunga. La stanchezza che segue non è solo fisica. È la stanchezza di chi ha attraversato qualcosa che non riesce ancora a nominare.

Contrariamente a quanto si crede, non è necessario un trauma specifico perché si sviluppino gli attacchi di panico. Spesso è l’accumulo, non l’evento singolo, a rompere l’equilibrio. Stress prolungato, cambiamenti di vita, situazioni che la mente ha imparato ad associare al pericolo anche senza una ragione immediatamente visibile. Il sistema nervoso non distingue tra minaccia reale e minaccia percepita. Reagisce a entrambe.

Sul piano terapeutico esistono approcci diversi che rispondono a domande diverse. La Terapia Breve Strategica lavora sulla percezione e sulla reazione: non chiede perché è successo, chiede cosa si può fare adesso per interrompere il ciclo. L’approccio psicoanalitico fenomenologico esplora invece il significato soggettivo del sintomo: cosa sta cercando di dire quel panico, quale conflitto interno porta con sé, quale bisogno emotivo non è stato riconosciuto. Non sono approcci in competizione. Sono lenti diverse sullo stesso problema.

Attacchi di panico a: quando chiedere aiuto

La domanda che molti rimandano è semplice: quando è il momento di parlarne con qualcuno? La risposta è: prima di quanto si pensi. Il panico non trattato tende a restringersi attorno alla vita di una persona, limitando gli spazi, le scelte, la libertà di movimento. Il lavoro terapeutico non elimina l’ansia, ma restituisce la capacità di starci dentro senza esserne travolti.

Cosa succederebbe se quello che senti come un nemico fosse in realtà qualcosa che cerca, a modo suo, di proteggerti?

Se stai attraversando attacchi di panico e vuoi capire cosa sta succedendo, puoi contattarmi per un primo colloquio o scoprire come lavoro.

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Immagine rappresentativa di due figure incatenate ai polsi, simbolo di relazioni tossiche, che indica isolamento e difficoltà emotiva.

Le relazioni tossiche: un’esplorazione fenomenologica

Le relazioni tossiche sono un tema complicato e delicato che interessa svariate persone. Questo tipo di relazione si caratterizza per essere sbilanciata, dove spesso una persona ha troppo controllo sull’altra, si possono verificare manipolazioni emotive, e in alcuni casi, abuso psicologico o fisico.

Queste situazioni possono pesare molto sulla salute mentale di chi le vive. Parlando in termini più semplici, cerchiamo di capire come queste relazioni funzionano e quali effetti possono avere sulle persone. Importante è anche sapere che ci sono modi e risorse disponibili per affrontare queste difficili situazioni e trovare la strada per uscirne.

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Autostima e fiducia nei bambini: guida per i genitori

L’autostima e la fiducia sono fondamentali per lo sviluppo sano e felice di un bambino. Ecco una guida per aiutare i genitori a nutrire queste qualità nei propri figli.

Capire l’autostima e la fiducia

L’autostima rappresenta il senso di valore e competenza che un individuo ha di sé, mentre la fiducia è la sicurezza nelle proprie capacità. Entrambe sono molto importanti per affrontare nuove sfide e costruire relazioni positive.

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