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donna sola che guarda fuori dalla finestra, relazione con un narcisista, psicoterapeuta Forlì

Relazione con un narcisista: quando smetti di essere vista

In una relazione con un narcisista la ferita più profonda non arriva con un litigio. Arriva il giorno in cui ti accorgi di non essere mai stata vista davvero.

Una donna si siede in studio. Parla piano, come chi si scusa di occupare spazio. Racconta anni passati a dare tutto: presenza, attenzione, un adattamento continuo ai bisogni dell’altro. In cambio ha ricevuto critica, correzione, la sensazione costante di non bastare mai.

Non mi parla di lui. Mi chiede cosa ha sbagliato lei. È il punto che mi colpisce di più.

Ogni tensione della coppia, con il tempo, era diventata una sua responsabilità. Ogni difficoltà, una prova della sua inadeguatezza. Aveva imparato a rimpicciolirsi per non disturbare, fino a non riconoscersi più allo specchio.

Cosa succede in una relazione con un narcisista

Il meccanismo è quasi sempre lo stesso. Le colpe si spostano. Ciò che appartiene a uno diventa il difetto dell’altra.

Lui non tollera qualcosa dentro di sé e lo consegna a lei. In psicoanalisi questo movimento ha un nome preciso: proiezione. Quando la consegna diventa più radicale si parla di identificazione proiettiva: non basta accusare, l’altro deve davvero arrivare a sentirsi ciò che gli viene attribuito. Kernberg la descriveva come una forma di evacuazione, uno svuotamento. Il soggetto espelle da sé le parti che lo minacciano e le deposita nella persona che ha più vicino.

Lei le raccoglie. Comincia a portarle come se fossero sempre state sue. E qui accade la cosa più insidiosa: più l’altro proietta la propria aggressività, più lei, ai suoi occhi, diventa il problema. Il contenitore di ciò che lui non sopporta finisce per assomigliare a un persecutore. Viene accusata proprio di ciò che subisce.

Il risultato non è un dubbio occasionale. È una convinzione che si sedimenta: se qualcosa non va, la causa sono io.

Il vuoto dietro la grandiosità del narcisista

Per capire cosa accade davvero in una relazione con un narcisista conviene guardare, almeno per un momento, dall’altra parte. Non per giustificare. Per rendere leggibile ciò che sembra solo crudeltà.

Dietro la facciata di sicurezza c’è quasi sempre una struttura fragile. Recalcati parla di «guscio vuoto»: un’immagine costruita per coprire un vuoto che non nasce da una perdita, ma sembra fatto della stessa stoffa della persona. La grandiosità non è troppo amore per sé. È la difesa di chi, dentro, si sente minimo, e ha bisogno che qualcun altro regga di continuo la sua immagine.

Ecco perché il partner diventa uno specchio. Finché riflette l’immagine desiderata, l’altro esiste. Quando reclama autonomia, quando smette di rimandare solo conferme, il legame entra in crisi. Non è un capriccio del momento. È che senza quello specchio riaffiora la vergogna che tutta la costruzione serviva a tenere lontana.

Comprendere il vuoto dell’altro non sposta di un millimetro le responsabilità. Le rende solo meno misteriose.

La colpa che non ti appartiene

Qui serve essere precisi. In una relazione con un narcisista la responsabilità di chi umilia, sminuisce, offende, non si divide a metà. Appartiene a chi lo fa.

Chi subisce non è complice del proprio annullamento. Alice Miller  lo ha scritto con una durezza che ancora oggi mette a disagio: la persona ferita è innocente, e le teorie che le restituiscono una quota di colpa sono spesso solo scudi, un modo per non guardare in faccia la crudeltà. Chi studia il trauma relazionale arriva allo stesso punto da un’altra strada: la vittima non ha costruito la gabbia, ha soltanto imparato a viverci dentro per sopravvivere.

Detto questo, la parola narcisista merita cautela. Nel linguaggio comune è diventata un’etichetta che si appiccica all’altro per chiudere il discorso. Ma un’etichetta spiega poco, e a volte diventa essa stessa una proiezione rovesciata: è comodo trasformare chi ci ha feriti in un mostro clinico, così non resta più niente da capire di noi.

Il lavoro in studio non serve a certificare la diagnosi di lui. Serve a capire cosa è accaduto a lei. Come ha imparato a sparire. Quando ha smesso di sentire la propria voce come degna di essere ascoltata.

Perché lasciare un narcisista è così difficile

Chi guarda da fuori si chiede perché non se ne vada. La domanda è comprensibile, ma è la domanda sbagliata.

Una relazione con un narcisista non si regge sulla forza. Si regge su un lento smantellamento della fiducia in sé. Ferenczi, quasi un secolo fa, aveva descritto un movimento che sembra impossibile e invece è la norma: chi è sopraffatto dalla paura tende a identificarsi con chi lo spaventa. Impara a indovinarne i desideri, a scomparire dentro i suoi. L’aggressore, da minaccia esterna, si trasforma in una voce interna.

Poi c’è il corpo. Il sistema di attaccamento non distingue tra un legame che nutre e uno che ferisce: davanti alla minaccia di perdere l’altro spinge ad avvicinarsi, non ad allontanarsi. È lo stesso istinto che porta a chiamare dieci volte chi ci sta facendo del male. Il corpo va in allarme, non in ritirata.

E quando la tua percezione della realtà viene contraddetta ogni giorno, arrivi a non fidarti più nemmeno di ciò che senti. «Sei troppo sensibile», «non è successo niente», «te lo sei immaginato»: ripetuto abbastanza a lungo, questo insegna a dubitare della propria esperienza prima ancora che dell’altro. È in quel punto che restare sembra più sicuro che andare.

Non è debolezza. È l’effetto prevedibile di un legame costruito per tenerti nel dubbio.

Quando chiedere aiuto in una relazione con un narcisista

C’è un segnale che vale più di qualsiasi elenco di sintomi: quando smetti di sapere se hai ragione a stare male.

Se ti accorgi di dover giustificare in continuazione la tua sofferenza, prima di tutto a te stessa, è il momento di cercare uno spazio fuori dal legame.  Non serve aver già deciso di andartene. Chiedere aiuto in una relazione con un narcisista non è un atto contro l’altro: è il primo gesto con cui torni a stare dalla tua parte.

Un percorso psicologico non stabilisce chi ha torto. Fa qualcosa di più lento e più radicale: restituisce a chi lo attraversa la capacità di sentirsi da dentro. All’inizio quella funzione la tiene il terapeuta, che lavora come un regolatore esterno, qualcuno che conferma per la prima volta che ciò che provi è reale. Poi, un po’ alla volta, quella capacità torna dove deve stare. A te.

Tornare visibili ai propri occhi, prima ancora che a quelli di qualcun altro. È da lì che si ricomincia.

Cosa ti ha convinta che, per essere amata, dovevi prima diventare invisibile?

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Giovane donna pensierosa — bisogno di approvazione sociale e autostima, psicologo psicoterapeuta Forlì

Bisogno di approvazione sociale e autostima

Il bisogno di approvazione sociale non si presenta sempre in modo evidente. A volte entra nella vita quotidiana attraverso gesti piccoli: controllare più volte se un messaggio è stato letto, rileggere una risposta prima di inviarla, ripensare per ore a una frase detta durante una conversazione. Sotto questi gesti può esserci una domanda silenziosa: valgo anche quando nessuno me lo conferma?

Non parliamo del normale desiderio di essere riconosciuti. Ogni essere umano ha bisogno di sentirsi visto, accolto, considerato. Il legame con gli altri è una parte costitutiva della nostra identità. Il problema nasce quando l’approvazione diventa la misura principale del valore personale. In quel momento lo sguardo dell’altro smette di essere una presenza importante e diventa un giudice interno.

Una critica può allora pesare più del necessario. Un silenzio può essere interpretato come rifiuto. Un dissenso può diventare una minaccia. La persona non si limita a chiedersi se abbia sbagliato qualcosa: arriva a dubitare di sé. È qui che il bisogno di approvazione sociale comincia a intrecciarsi con l’autostima.

Bisogno di approvazione sociale e valore personale

Quando l’autostima dipende troppo dall’esterno, il senso di sé diventa instabile. Se gli altri confermano, la persona si sente adeguata. Se gli altri criticano, si svuota. Se qualcuno si allontana, può emergere un vissuto di colpa, vergogna o inadeguatezza.

Questo movimento non è sempre consapevole. Molte persone arrivano a riconoscerlo solo dopo anni. Raccontano di essere sempre disponibili, attente, capaci di capire cosa l’altro desidera. Ma dietro questa capacità relazionale può esserci una fatica profonda: il bisogno di non deludere, di non creare tensione, di non perdere il posto nell’affetto dell’altro.

Chi vive così spesso impara a controllarsi. Controlla le parole, il tono, le reazioni, persino le espressioni del volto. Cerca di non essere troppo, ma nemmeno troppo poco. Si adatta. Compensa. Anticipa. E mentre prova a essere accettabile per tutti, rischia di diventare sempre meno riconoscibile a se stesso.

Il punto non è smettere di dare importanza agli altri. Sarebbe una difesa, non una libertà. Il punto è distinguere il riconoscimento dal valore. Il riconoscimento può arrivare o mancare. Il valore personale, invece, ha bisogno di una base più profonda.

Le radici emotive del bisogno di approvazione sociale

Il bisogno di approvazione sociale ha una radice antica. Da un punto di vista evolutivo, essere accettati dal gruppo ha significato per molto tempo protezione, appartenenza, sopravvivenza. L’esclusione non era solo un disagio psicologico. Era un pericolo reale.

Anche oggi il rifiuto può essere vissuto con un’intensità sorprendente. Lostudio di Eisenberger, Lieberman e Williamspubblicato suScienceha mostrato che l’esclusione sociale attiva circuiti cerebrali collegati all’esperienza del dolore fisico. Questo non significa ridurre l’esperienza umana al cervello. Significa riconoscere che il rifiuto non è solo un pensiero: è qualcosa che il corpo registra.

Ma la radice evolutiva non basta a spiegare tutto. La storia personale ha un peso decisivo. Un bambino che riceve affetto solo quando corrisponde alle aspettative può imparare presto che essere amato significa essere conforme. Un bambino criticato spesso può iniziare a osservare se stesso attraverso lo sguardo giudicante dell’adulto. Un bambino accolto in modo intermittente può diventare molto sensibile ai segnali di distanza.

Non sempre ci sono traumi evidenti. A volte ci sono microesperienze ripetute: un genitore emotivamente assente, una famiglia in cui l’errore non viene tollerato, un ambiente dove il valore passa attraverso la prestazione. Il bambino non ha ancora gli strumenti per dire: mi stanno chiedendo troppo. Più spesso conclude: non sono abbastanza.

Da adulto, quella conclusione può continuare a lavorare in silenzio.

Quando approvazione e dipendenza si confondono

Un certo desiderio di approvazione è sano. Il problema compare quando diventa dipendenza. In quel caso la persona non cerca più soltanto un confronto con l’altro. Cerca una conferma necessaria per sentirsi intera.

Questo può assumere forme diverse. C’è chi evita il conflitto anche quando avrebbe bisogno di dire no. C’è chi accetta richieste eccessive pur di non deludere. C’è chi cambia opinione per non esporsi. C’è chi controlla continuamente le reazioni degli altri, alla ricerca di un segnale che dica: va tutto bene, sei ancora accettato.

Il sollievo, quando arriva, dura poco. Una rassicurazione calma l’ansia per qualche ora, poi il dubbio ritorna. Serve una nuova conferma, un nuovo segnale, una nuova prova. Si costruisce così un circolo ripetitivo: insicurezza, ricerca di approvazione, sollievo temporaneo, nuova insicurezza.

Questo circolo può diventare molto costoso. La persona perde contatto con i propri desideri. Fatica a distinguere ciò che vuole da ciò che teme di perdere. Inizia a scegliere non in base a ciò che sente vero, ma in base a ciò che sembra più sicuro nella relazione.

A lungo andare, il prezzo non è solo emotivo. È identitario. Ci si ritrova dentro una vita formalmente accettabile, ma poco abitata.

Il ruolo della terapia

In psicoterapia, il lavoro sul bisogno di approvazione sociale non consiste nel convincere la persona a fregarsene del giudizio altrui. Sarebbe una semplificazione. Nessuno vive fuori dallo sguardo degli altri. La questione è più sottile: capire quando quello sguardo diventa il centro del proprio valore.

Il primo passaggio è osservare. In quali situazioni emerge il bisogno di piacere? Con quali persone diventa più intenso? Quale emozione si attiva prima ancora del pensiero: ansia, vergogna, rabbia, paura di essere abbandonati?

Il secondo passaggio riguarda la storia. Non per cercare colpe, ma per comprendere origini. Ogni schema ha avuto una funzione. Anche il compiacimento, spesso, nasce come tentativo di proteggere il legame. Da bambini può essere stato necessario adattarsi per mantenere vicinanza, evitare tensione, ricevere attenzione. Il problema è che una strategia utile in un tempo antico può diventare una prigione nella vita adulta.

Il terzo passaggio è costruire una base interna. Imparare a riconoscere il proprio valore anche quando l’altro non approva. Non in modo astratto, non con frasi motivazionali, ma attraverso un lavoro paziente sulle emozioni, sulle relazioni interiorizzate, sulle immagini di sé che continuano a ripetersi.

Come iniziare a riconoscere questa dinamica

Un primo esercizio consiste nel notare i momenti in cui si dice sì mentre internamente si sente no. Non serve giudicarsi. Serve osservare. Quale paura compare? Deludere? Essere criticati? Essere esclusi?

Un secondo passaggio è distinguere il desiderio dalla paura. Si può scegliere di fare qualcosa per l’altro perché lo si desidera, oppure perché si temono le conseguenze del rifiuto. Da fuori il comportamento può sembrare identico. Dentro, cambia tutto.

Un terzo punto riguarda il linguaggio interno. Dopo una critica, cosa ti dici? Provi a valutare l’episodio, oppure trasformi un singolo errore in una sentenza su di te?

Il bisogno di approvazione sociale si riduce quando la persona inizia a costruire uno spazio interno più affidabile. Uno spazio in cui il valore non debba essere continuamente cercato fuori.

Autostima e libertà relazionale

Un’autostima più stabile non rende indifferenti. Rende più liberi. Permette di ricevere una critica senza sentirsi annientati. Permette di dire no senza vivere ogni limite come una colpa. Permette di stare in relazione senza trasformare ogni distanza in abbandono.

La libertà relazionale non consiste nel non avere bisogno di nessuno. Consiste nel poter desiderare il riconoscimento dell’altro senza consegnargli il potere di definire chi siamo.

Molte persone temono che, smettendo di compiacere, perderanno l’amore. In parte è possibile che alcune relazioni cambino. Alcuni legami reggono solo se una persona resta nel ruolo che gli altri le hanno assegnato. Ma proprio lì si apre una domanda decisiva: una relazione che esiste solo se mi tradisco, che tipo di relazione è?

Il lavoro terapeutico non dà risposte immediate. Aiuta però a restare nella domanda senza fuggire. E, poco alla volta, permette alla persona di sentire che può essere vista anche quando non si adatta completamente.

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© 2026 Dott. Fabio di Guglielmo, Psicologo e Psicoterapeuta — Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata senza autorizzazione scritta dell’autore.

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Chiedere aiuto psicologico: perché è così difficile?

Una paziente, qualche tempo fa, è entrata in studio e ha detto una cosa semplice. «Non sapevo se venire. Se varcare la soglia. Stavo troppo male — e poi ce l’ho fatta.»

Quello che mi ha colpito non era il dolore. Era la soglia: qualcosa a cui si arriva, ci si ferma davanti, e si decide.

Il momento che tutti rimandano

C’è una scena che si ripete. La persona ha già deciso, in qualche parte di sé, che qualcosa non va. Sa che parlarne con qualcuno di competente sarebbe utile. Forse lo sa da mesi. Eppure rimanda. Trova ragioni plausibili: non è il momento giusto, le cose potrebbero migliorare da sole, forse è solo un periodo difficile, forse ci sono persone che stanno peggio e avrebbero più diritto di occupare quel posto.

Quello che trattiene non è pigrizia e non è superficialità. È una forma di resistenza che ha una sua logica interna precisa: finché non chiedo aiuto, posso ancora credere di farcela da solo. La richiesta di aiuto rompe questa possibilità. E rompere una possibilità, anche una che fa soffrire, è sempre un atto costoso.

C’è anche una componente culturale che agisce sotto traccia, spesso più delle difficoltà individuali. In Italia, e non solo, l’idea di rivolgersi a uno psicologo porta ancora con sé un residuo di stigma. Non sempre dichiarato, spesso implicito. L’idea che chiedere aiuto significhi ammettere una debolezza, che ci sia qualcosa di fondamentalmente sbagliato in chi non riesce da solo. Questa convinzione raramente viene espressa a voce. Agisce nei tempi che si allungano, nelle decisioni che si rimandano.

Cosa significa davvero chiedere aiuto a uno psicologo

Chiedere aiuto a uno psicologo non significa arrendersi. Significa riconoscere che certi nodi non si sciolgono senza uno sguardo esterno, competente, non coinvolto emotivamente nella propria storia.

C’è una differenza sostanziale tra parlare con qualcuno di fiducia — un amico, un familiare — e parlare con uno psicoterapeuta. Nel primo caso, chi ascolta è inevitabilmente parte del sistema. Ha le proprie aspettative, la propria storia con noi, i propri bisogni. Anche con le migliori intenzioni, non può essere neutro. Il terapeuta crea uno spazio in cui il paziente può dirsi senza preoccuparsi dell’impatto che le proprie parole hanno su chi ascolta. Per molte persone è la prima volta.

La soglia per iniziare un percorso è molto più bassa di quella che molti si sono costruiti. Non è necessario stare «molto male» per avere ragioni valide. Spesso è sufficiente una difficoltà persistente che non si riesce a capire da soli, una relazione che non funziona come si vorrebbe, un senso di insoddisfazione che non trova nome. L’Organizzazione Mondiale della Sanitàdocumenta che la maggior parte delle persone con difficoltà psicologiche significative non riceve alcun trattamento.

Le resistenze più comuni

«Non sono abbastanza in crisi.»È forse la più diffusa. Si aspetta di toccare un fondo ipotetico, un momento in cui il bisogno sarà così evidente da giustificare la richiesta. Il problema è che quel fondo spesso si abbassa: ci si abitua a livelli di disagio che, guardati dall’esterno, sarebbero già motivo sufficiente per chiedere aiuto a uno psicologo.

«Dovrei riuscire da solo.»Questa convinzione è spesso legata all’idea che la capacità di gestire le proprie difficoltà in autonomia sia una qualità morale, non solo una competenza. Chi non ci riesce sente di avere fallito qualcosa, prima ancora di aver chiesto aiuto. È una trappola logica: si valuta negativamente se stessi proprio per la difficoltà che si sta cercando di affrontare.

«Parlare non serve.»Alcuni arrivano con questa convinzione, e di solito me la portano con una certa sfida nella voce. Di solito viene da esperienze passate in cui il parlare non era bastato — o da un’idea della psicoterapia come chiacchierata senza destinazione. Non è una convinzione irragionevole: è una difesa costruita su qualcosa di reale. La psicoterapia non è chiacchierare: è un lavoro con una struttura, un metodo, un obiettivo. Richiede impegno da entrambe le parti.

Il primo colloquio con lo psicologo: cosa aspettarsi

Molti arrivano al primo colloquio con una certa tensione. Portano un riassunto di sé, preparato nei giorni precedenti, come se dovessero giustificare la propria presenza. Come se ci fosse un esame da superare per avere diritto a parlare.

Non è così. Il primo colloquio non è una valutazione dell’entità del problema. È uno spazio in cui cominciare a guardare insieme qualcosa che, da soli, è difficile mettere a fuoco. Non si viene giudicati per ciò che si porta, né per come lo si porta. Si viene ascoltati.

La vergogna che accompagna la richiesta di aiuto — quella sensazione di esporsi troppo o di non avere abbastanza ragioni per farlo — raramente sopravvive alla prima conversazione reale. Non perché scompaia per effetto della seduta, ma perché il contesto cambia: ci si trova in uno spazio in cui ciò che si porta ha senso di essere detto.

Quello che rimane, spesso, è qualcosa di inatteso. La sorpresa di aver detto ad alta voce qualcosa che si portava in silenzio da molto tempo. E di aver scoperto che era possibile.

Quando chiedere aiuto a uno psicologo

Non c’è un momento perfetto. C’è il momento in cui si decide che aspettare non ha più senso.

Alcune persone arrivano in studio dopo anni di rimandi. Altre arrivano prima, con una difficoltà ancora circoscritta, e lavorano su di essa mentre è ancora gestibile. Non esiste una sequenza giusta. Esiste la decisione di farlo o di non farlo.

Quello che i miei pazienti descrivono, guardando indietro, è quasi sempre lo stesso: avrebbero voluto iniziare prima. Non perché il percorso sia stato facile, ma perché il tempo che si passa ad aspettare non è tempo neutro. È tempo in cui qualcosa continua a costare.

Qual è il momento in cui smetti di aspettare di stare abbastanza male per permetterti di chiedere aiuto?

Se stai valutando di iniziare un percorso,prenota un primo colloquio.

© 2026 Dott. Fabio di Guglielmo, Psicologo e Psicoterapeuta — Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata senza autorizzazione scritta dell’autore.

Coppia in silenzio — bugie di coppia e distanza emotiva, psicoterapeuta Forlì

Bugie di coppia: perché si mente a chi si ama

Le bugie di coppia raramente nascono dalla malafede. Nascono dalla paura — e capire da quale paura è il punto da cui si può ripartire.

Arrivano in studio, di solito, dopo che qualcosa è venuto a galla. Una bugia scoperta, un silenzio troppo lungo, una storia che non torna. La domanda che si portano in seduta, formulata in modi diversi ma sempre uguale a se stessa, è: perché? Perché mi hai mentito, se ti amavo? Perché non potevi dirmelo?

Ho imparato, nel corso degli anni, a rallentare prima di rispondere. La risposta immediata — “era più comodo”, “voleva evitare il conflitto” — è quasi sempre parziale. Le bugie nelle relazioni di coppia nascono da qualcosa di più sottile: dalla paura di perdere l’altro, o di perdere una versione di sé che l’altro ancora non conosce.

La bugia che tiene insieme

Le bugie di coppia più frequenti non sono quelle drammatiche. Sono quelle quotidiane: “sto bene”, “non mi importa”, “ho dimenticato”. Piccole menzogne che si depositano nel tempo, quasi invisibili, finché il deposito non diventa troppo pesante.

Chi mente non sta cercando di ferire: sta cercando di non rompere qualcosa che sente fragile. Il silenzio su un disagio, il “tutto bene” dato di automatismo, il dettaglio omesso per evitare una discussione: tutti gesti che proteggono il legame da una verità che sembra pericolosa.

Vale la pena fermarsi su questo punto. Chi mente in una coppia viene spesso letto come chi non rispetta l’altro, chi si sottrae alla relazione. Nella maggior parte dei casi che incontro in studio, accade qualcosa di più complesso: chi mente sta cercando di restare. Sta cercando, a modo suo, di proteggere ciò che teme di perdere.

Le bugie di coppia e il silenzio che si accumula

Questa menzogna — quella che protegge — funziona solo a breve termine. Nel tempo svuota il legame invece di tenerlo insieme. Crea una distanza silenziosa che nessuno dei due riesce a nominare, perché formalmente non è successo niente.

Il non-detto si accumula fino a diventare il clima della relazione, non un episodio. A quel punto la coppia non litiga per la bugia: litiga per tutto il resto, senza riuscire a toccare il problema reale.

Cosa si sta davvero proteggendo

Sotto la superficie di una bugia di coppia si trova quasi sempre vergogna, o paura di abbandono — spesso entrambe insieme.

Chi mente non sta proteggendo solo il fatto in sé. Sta proteggendo un’immagine di sé: quella che crede l’altro stia amando. La paura non è “mi lascerà se lo sa”, ma qualcosa di più silenzioso: “se vedrà questa parte di me, non mi riconoscerà più.”

Lo psicologo Paul Watzlawick, inPragmatica della comunicazione umana, descriveva come ogni comunicazione di coppia agisca su due livelli simultanei: il contenuto di ciò che si dice, e la definizione della relazione che quel modo di dirlo implica. La bugia funziona esattamente su questi due livelli. Non mente solo sui fatti: mente su chi si è disposti a essere, in quella relazione.

La bugia come risposta, non come inizio

Capire questo sposta il lavoro terapeutico. Non si tratta di stabilire la colpa, né di misurare l’entità della menzogna. Si tratta di chiedersi: cosa stava proteggendo chi ha mentito?

Spesso emerge che la bugia è arrivata dopo. Dopo un periodo in cui chi ha mentito non si sentiva abbastanza al sicuro per dire la verità. Dopo mesi in cui aveva provato a portare qualcosa di difficile — e aveva trovato una porta chiusa, una reazione che scoraggiava, un silenzio che sembrava un giudizio. In questi casi la menzogna non è l’inizio del problema: è la risposta a un problema già presente.

Quando le bugie di coppia smettono di funzionare

C’è un momento in cui la bugia cessa di essere una strategia di sopravvivenza e diventa il problema principale. Di solito coincide con la scoperta. Altre volte coincide con la saturazione: quel punto in cui il peso delle mezze verità diventa insostenibile anche per chi le ha costruite.

Quello che ferisce di più non è quasi mai il contenuto della bugia. È la realizzazione di essere stati sconosciuti: di aver amato qualcuno che non si è mai mostrato del tutto. Non è il singolo fatto che distrugge la fiducia: è il senso di aver vissuto accanto a una versione parziale dell’altro.

Questa realizzazione apre una domanda senza risposta facile: cosa era reale, in tutto quello che abbiamo vissuto insieme? La tentazione, in questo momento, è rileggere tutto alla luce della bugia scoperta — e trovare tradimento anche dove non c’era. È una reazione comprensibile, ma non necessariamente vera. La bugia non cancella ciò che c’era: dice qualcosa su ciò che mancava.

La possibilità che si apre nel momento più difficile

Paradossalmente, è proprio questo momento — doloroso, spesso caotico — che può aprire qualcosa di più reale. Quando la distanza costruita nel tempo dalle bugie di coppia diventa finalmente visibile, i due possono scegliere di lavorarci.

Non per tornare a com’era prima, che spesso non era abbastanza. Per costruire un tipo di vicinanza che non abbia bisogno di tante protezioni.

Il percorso di psicoterapia di coppia non garantisce che il legame sopravviva: garantisce che venga guardato per quello che è, senza le narrazioni di comodo che lo hanno tenuto in piedi. Quello che spesso sorprende è che il momento della crisi è anche il momento in cui i due si parlano in modo più diretto di quanto abbiano fatto in anni. Come se la rottura del silenzio, per quanto dolorosa, restituisse la possibilità di un contatto vero.

Bugie di coppia: il punto da cui si può ripartire

Le bugie di coppia non sono mai solo bugie. Sono segnali: della distanza che si è creata, delle cose che non si riesce a dire, della fatica di mostrarsi per quello che si è.

Lavorarci in psicoterapia non significa fermarsi alla menzogna e a chi ha torto. Significa chiedersi cosa rendeva impossibile la verità — e se c’è ancora abbastanza spazio, tra i due, per cominciare a dirla.

Se ti riconosci in questi schemi — come chi ha mentito o come chi ha scoperto di essere stato ingannato — puoiprendere un primo appuntamentoo scoprire come lavoro nella pagina dedicata allapsicoterapia di coppia.

“Nelle coppie si mente raramente per cattiveria. Si mente perché la verità sembra troppo rischiosa da portare — e questo, più della bugia stessa, è quello su cui vale la pena lavorare.”

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Trader davanti allo schermo in stato di tensione — oversizing nel trading

Oversizing nel trading: quando la size diventa il problema

L’oversizing nel trading è uno degli errori più costosi che un trader possa commettere. Non perché distrugga il conto in una sola operazione, anche se può farlo. Ma perché, quasi sempre, arriva nel momento sbagliato, guidato dall’emozione sbagliata, e si maschera da scelta razionale.

Il mercato non sa niente delle tue intenzioni. Sa solo quanto hai messo a rischio.

Perché si aumenta la size oltre il piano

La spiegazione più comune è l’overconfidence: il trader è reduce da una serie positiva, si sente in forma, abbassa la guardia. È una lettura parziale.

L’oversizing nel trading ha più facce. A volte nasce dall’euforia dopo il profitto, quando il cervello interpreta la fortuna come competenza e allenta i freni inibitori. In altri casi nasce dal revenge trading: dopo una perdita, il trader aumenta la size per recuperare in fretta, trasformando una gestione del rischio in un gesto emotivo. Più subdolamente, può nascere dalla noia di operazioni troppo piccole per generare adrenalina.

In tutti questi casi, la size non riflette più il piano operativo. Riflette lo stato interno del trader.

La ricerca comportamentale diKahneman e Tversky sulla prospect theoryha dimostrato che le perdite pesano circa il doppio dei guadagni equivalenti nella valutazione soggettiva. Questa asimmetria cognitiva è una delle radici profonde dell’oversizing reattivo: il trader non gestisce il rischio, gestisce il dolore.

Oversizing nel trading e sequestro emotivo

C’è un momento preciso in cui l’oversizing diventa pericoloso: quando il sistema limbico ha già preso il controllo delle funzioni esecutive e il trader non se n’è ancora accorto.

I segnali sono fisiologici prima che cognitivi: tensione muscolare, respiro corto, un senso di urgenza che non corrisponde a nessun segnale tecnico reale. In quello stato, qualsiasi decisione di size è ad alto rischio. Non perché il setup sia sbagliato, ma perché chi lo valuta non è più nella condizione di valutarlo.

Il problema non è la size in sé. È che viene decisa nel momento meno adatto per decidere.

La soluzione non è imporsi una regola in più. È costruire una struttura interna stabile abbastanza da riconoscere quello stato prima che governi la mano.


Se ti riconosci in questi pattern e vuoi lavorare sulla tua mente operativa,contattamio scopri il percorso dicoaching psicologico per trader.

Quante volte hai aumentato la size sapendo già, da qualche parte, che non avresti dovuto?

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Litigi di coppia in casa — psicoterapeuta Forlì Fabio di Guglielmo

Litigi di coppia: quando manca aiuto e presenza in casa

Litigi di coppia: quando il problema non è il litigio ma ciò che non viene visto

I litigi di coppia sulla gestione della casa sono tra i più frequenti che incontro nello studio. Anche tra le persone che si descrivono come innamorate, presenti, attente. Anche tra chi non avrebbe mai pensato di trovarsi a discutere per una lavatrice non fatta o un bambino accompagnato a scuola sempre dalla stessa persona.

La scena è quasi sempre riconoscibile: uno dei due ha la sensazione di portare un peso che l’altro non vede. L’altro si sente accusato di qualcosa che non riesce a nominare. Il litigio esplode su qualcosa di concreto, i piatti, le commissioni, il tempo libero, un calzino; ma in realtà parla d’altro.


Cosa c’è davvero sotto i litigi di coppia sulla casa

La divisione del carico domestico non è mai solo logistica. È una questione di riconoscimento.

Quando una persona sente che il proprio impegno non viene visto – non negato, non rifiutato, semplicemente ignorato – la stanchezza che si accumula non è solo fisica. È la stanchezza di occupare uno spazio condiviso senza essere davvero percepiti.

John Gottman e Nan Silver, nel loro studio longitudinale su centinaia di coppie, mostrano che la percezione di iniquità nella divisione dei compiti domestici è uno dei predittori più stabili dell’insoddisfazione relazionale a lungo termine. Non perché le coppie litighino per i piatti — ma perché nei piatti si concentra qualcosa di più difficile da dire.(J. Gottman, N. Silver,The Seven Principles for Making Marriage Work)

Quando il litigio diventa un codice

Quello che sembra un conflitto pratico è quasi sempre un codice per una richiesta emotiva che non ha ancora trovato le parole giuste.

“Non mi aiuti mai” spesso significa:non mi sento vista. “Faccio tutto io” spesso significa:ho bisogno che tu sia presente, non solo fisicamente. “Non ti importa” spesso significa:ho paura che quello che faccio non conti nulla per te.

Nessuno di questi messaggi arriva a destinazione dentro un litigio. Il litigio non è il canale giusto per trasmetterli, è il segnale che il canale giusto non è ancora stato trovato.

Il lavoro terapeutico in questi casi non riguarda la redistribuzione dei compiti. Riguarda la capacità di ascoltare cosa si nasconde dietro la richiesta manifesta e di rispondervi, per la prima volta, in modo diretto.

Cosa cambia quando si riesce a dirlo davvero

Le coppie che riescono a uscire da questo circolo non sono quelle che trovano un accordo sulla divisione delle faccende. Sono quelle che imparano a riconoscere, nel momento del conflitto, che dietro la rabbia c’è una domanda, e che quella domanda merita una risposta, non una difesa.

Non è un lavoro semplice. Richiede di rallentare nel momento in cui l’impulso è quello di alzare la voce. Richiede di chiedersi, prima di rispondere:cosa sta cercando di dirmi il mio partner che non riesce ancora a dire?

A volte questa capacità si costruisce da soli, con il tempo. A volte ha bisogno di uno spazio terzo, un luogo in cui la conversazione che non riesce a partire in casa possa finalmente cominciare.


Se ogni litigio finisce nello stesso punto, forse il problema non è il litigio, è ciò che il litigio non riesce ancora a dire.


Se riconosci questo schema nella tua relazione, puoicontattarmi per un primo colloquiooscoprire come lavoro.

© 2026 Dott. Fabio di Guglielmo, Psicologo e Psicoterapeuta — Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata senza autorizzazione scritta dell’autore.

Persona con la testa reclinata sulle ginocchia in postura di chiusura emotiva, immagine simbolica dell'abbandono emotivo in coppia

Abbandono emotivo: quando l’amore smette di essere curato

L’abbandono emotivo non inizia con una valigia. Non c’è una porta che sbatte, non c’è una conversazione che segna il prima e il dopo. Inizia con qualcosa di molto più difficile da nominare: la progressiva scomparsa dell’attenzione verso l’altro.

Quando la presenza non basta più

Nelle coppie che incontro in studio, l’abbandono emotivo ha quasi sempre la stessa forma: due persone che condividono uno spazio, una routine, a volte anche una famiglia, ma che hanno smesso di chiedersi come sta l’altro. Non per cattiveria. Spesso nemmeno per indifferenza consapevole.

È accaduto qualcosa di più sottile: l’altro è diventato un dato. Una certezza che non richiede più cura, attenzione, curiosità. Il partner è ancora lì, ed è proprio questo a rendere tutto così confuso: nessuno se n’è andato, eppure qualcosa di essenziale è assente.

La ricerca sulbenessere relazionaledocumenta come le esperienze di trascuratezza emotiva — anche quando risalgono all’infanzia — lascino tracce precise nel modo in cui si costruisce l’attaccamento adulto e si regolano le emozioni dentro una relazione di coppia. Non è una questione di volontà: è una struttura appresa, spesso invisibile a chi la porta.

L’abbandono emotivo che non si riconosce

Chi lo vive fatica a dargli un nome. Non c’è stato un tradimento. Non c’è stata una crisi visibile. C’è solo una sensazione persistente di solitudine che si porta dentro la relazione, non fuori.

Chi lo subisce dice spesso le stesse cose: “Non riesco a spiegarmi perché mi sento sola, siamo ancora insieme.” Oppure: “Non mi fa mancare niente, ma è come se non ci fosse.” Quella difficoltà a nominare l’esperienza è già un segnale clinico importante. Quando il dolore non trova parole adeguate, tende a trasformarsi in distanza, irritabilità, rassegnazione silenziosa.

Chi lo agisce, invece, spesso non sa di farlo. Ha smesso di investire nella relazione senza una decisione consapevole. Si è lasciato assorbire dal lavoro, dalla stanchezza, dalla routine. Ha dato per scontato che l’altro stesse bene perché non protestava.

Cosa si può fare

L’abbandono emotivo non è una condanna. È un pattern relazionale che si è instaurato, e come tale può essere riconosciuto, compreso e modificato.

Il lavoro terapeutico in questi casi parte sempre da una domanda semplice nella forma, complessa nella sostanza: cosa è successo all’attenzione verso l’altro? Non quando è finita, ma quando ha cominciato a ridursi. Spesso la risposta rimanda a qualcosa che precede la coppia: un modo di stare nelle relazioni appreso prima, in una storia più lunga.

Riconoscere l’abbandono emotivo è il primo passo. Non per attribuire colpe, ma per riportare la relazione a ciò che dovrebbe essere: un luogo in cui l’altro non è mai scontato.

Se ti riconosci in quello che hai letto, puoi contattarmi per unprimo colloquioo consultare la pagina dedicata allapsicoterapia di coppia.

Nella tua relazione, quando è stata l’ultima volta che ti sei fermato a chiederti davvero come sta l’altro?

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Smartphone con grafico candlestick su sfondo scuro — disposition effect nel trading

Disposition effect: perché chiudi i profitti troppo presto e lasci correre le perdite

Il disposition effect è uno dei bias più documentati nella psicologia delle decisioni finanziarie. Si manifesta in due movimenti opposti e complementari: chiudere in fretta le operazioni in profitto, tenere aperte quelle in perdita molto oltre il segnale di uscita. Quasi ogni trader con un po’ di esperienza lo riconosce nel suo log. Quasi nessuno riesce a fermarlo solo sapendolo.

Kahneman e Tverskyhanno mostrato che la sofferenza associata a una perdita è circa due volte più intensa del piacere prodotto da un guadagno equivalente. Il cervello non elabora rischi e opportunità in modo simmetrico. Chiudere un profitto attiva sollievo immediato: la certezza sostituisce l’incertezza. Tenere aperta una perdita mantiene viva una possibilità: quella di non dover registrare il rosso, di non dover ammettere che quella posizione era sbagliata. Non è irrazionalità. È il sistema nervoso che opera secondo le sue priorità, che non coincidono con quelle del piano operativo.

C’è un dettaglio che vale la pena notare: il disposition effect colpisce soprattutto i trader con esperienza, non quelli alle prime armi. Chi inizia non riconosce nemmeno il pattern. Chi ha esperienza lo conosce, lo ha identificato, magari ne ha già parlato. Eppure continua a ripeterlo. Questo dice qualcosa di preciso: la conoscenza del bias non è sufficiente a neutralizzarlo.

Il disposition effect non si risolve aggiungendo regole

Il trader esperto che soffre di questo pattern ha già abbastanza regole. Il problema non è l’assenza di struttura. È la pressione emotiva che fa cedere la struttura nel momento in cui servirebbe di più. Il lavoro utile riguarda la capacità di riconoscere lo stato interno che precede quelle decisioni. Qual è la sensazione fisica nell’istante in cui si valuta di uscire troppo presto? Cosa sta succedendo nel respiro, nella tensione muscolare? Queste non sono domande teoriche. Sono il punto d’ingresso per costruire una risposta diversa. Il secondo livello riguarda il significato: cosa rappresenta quella perdita non registrata? La risposta non è mai solo finanziaria.

Se sai già cos’è il disposition effect e continui a ripeterlo, cosa stai davvero cercando di evitare?

Se riconosci questo pattern nel tuo trading, puoi contattarmi per un primo colloquio dicoachinga Forlì o online.

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Illustrazione della mente e disturbi del sonno — psicologia e benessere emotivo

Disturbi del sonno: quando la notte racconta qualcosa che il giorno non dice

I disturbi del sonno non sono un problema di igiene notturna. Sono, il più delle volte, il segnale che qualcosa nella vita psichica di una persona ha smesso di trovare il proprio posto durante il giorno e continua a cercarlo di notte.

Chi soffre di insonnia conosce bene quella sensazione: il corpo è stanco, la mente no.

I pensieri si attivano esattamente quando dovrebbero spegnersi. Non è un capriccio neurologico. È un sistema che comunica attraverso l’unico canale rimasto aperto.

I disturbi del sonno che osservo più frequentemente nel lavoro clinico non si presentano mai da soli. Arrivano insieme a qualcos’altro: un’ansia che durante il giorno si riesce a tenere a bada, un lutto non elaborato, una tensione relazionale che si è imparato a non nominare.

Come documentaPsychiatry on Line Italia, il rapporto tra disturbi del sonno e salute mentale è bidirezionale: il sonno disturbato non è solo conseguenza di un disagio psichico, ma può diventarne causa.

Il sonno interrotto è spesso il punto in cui quella tensione si rende visibile. Ignorarla non la risolve: la sposta.

L’errore più comune è trattare il disturbo del sonno come un problema tecnico da correggere con la giusta routine. Le strategie comportamentali aiutano, e in alcuni casi sono necessarie.

Ma quando il problema è persistente, la domanda da fare non è “come faccio a dormire meglio?” È “cosa non riesco a sostenere mentre sono sveglio?”

Quando il corpo chiede ascolto

Il lavoro su questi disturbi, in un contesto psicoterapeutico, parte da lì. Non dall’insonnia come sintomo isolato, ma da ciò che la precede: lo stato emotivo delle ore serali, i pensieri ricorrenti, il tipo di sogni quando il sonno arriva.

Il sonno è uno spazio rivelatore. Quello che emerge in quel confine tra veglia e notte dice spesso più di molte sedute.

Dormire non è solo recuperare energie. È lasciare andare il controllo.

E per chi ha imparato che lasciare andare il controllo è pericoloso, quella soglia diventa il luogo di maggiore resistenza.

Cosa stai cercando di controllare, nelle ore in cui dovresti dormire?

Se vuoi esplorare il legame tra i tuoi disturbi del sonno e la tua vita emotiva, puoicontattarmi per un primo colloquioa Forlì o online, oppurescoprire come lavoro.

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Difficoltà psicologiche nel trading: la mente che decide

Le difficoltà psicologiche nel trading non sono un tema secondario. Sono il tema. Un trader può avere un sistema solido, regole chiare, una gestione del rischio impeccabile — e perdere comunque. Non perché il mercato abbia torto, ma perché nel momento decisivo la mente ha smesso di seguire il piano e ha cominciato a seguire qualcos’altro.

Quello che accade in quei momenti non è irrazionalità. È una risposta emotiva che ha radici precise — e che si ripete, nelle stesse condizioni, con la stessa intensità, ogni volta che la pressione sale abbastanza. Come documenta l’American Psychological Association, le risposte emotive sotto pressione seguono pattern prevedibili e riconoscibili.

Le difficoltà psicologiche più comuni che osservo nel lavoro con i trader non sono difetti di carattere. Sono pattern. L’ansia da performance che porta a uscire troppo presto da una posizione vincente. La paura della perdita che blocca l’esecuzione anche quando il segnale è chiaro. L’euforia dopo una serie positiva che allarga l’esposizione oltre ogni logica. Il revenge trading che trasforma una perdita in una spirale. Ognuno di questi pattern ha una struttura interna riconoscibile — e una storia personale che lo alimenta.

Il punto che la psicologia del trading spesso trascura è questo: non basta riconoscere le emozioni. Bisogna capire da dove vengono. Un trader che entra in overtrading sistematicamente dopo una perdita non ha un problema di disciplina. Ha un problema con il significato che attribuisce alla perdita stessa — e finché quel significato non cambia, nessuna regola operativa reggerà abbastanza a lungo.

Difficoltà psicologiche nel trading: dove inizia il lavoro reale

Il lavoro che faccio con i trader non parte dalle strategie. Parte dall’osservazione del comportamento operativo reale: cosa accade prima di aprire una posizione fuori piano, quale stato emotivo precede sistematicamente le sessioni problematiche, cosa racconta il log delle operazioni quando lo si legge senza difese.

La stabilità operativa non si costruisce imponendo controllo. Si costruisce conoscendo la propria mente abbastanza da riconoscere quando non è nelle condizioni di operare bene.

Qual è la differenza tra un trader che gestisce le emozioni e uno che le conosce?

Se vuoi lavorare sulle difficoltà psicologiche nel tuo trading, puoicontattarmiper un primo colloquio di coaching a Forlì o online, oppurescoprire come lavoro.

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