
Quando un uomo tradisce, prima o poi arriva la domanda: «Perché l’hai fatto?».
La pone la partner. A volte se la pone lui stesso. Ed è comprensibile: quando succede qualcosa che rompe così violentemente la storia di una coppia, cerchiamo una causa. Vorremmo trovare un punto preciso da cui tutto è cominciato.
Ma non sempre quel punto esiste.
Nel lavoro clinico incontro più spesso persone che arrivano dopo. Dopo che il tradimento è stato scoperto, dopo le prime discussioni, dopo le promesse, le accuse, magari dopo giorni passati a ricostruire messaggi, date e dettagli. A quel punto la domanda non è più soltanto che cosa sia successo. Diventa: come siamo arrivati fin qui?
Ed è qui che le cose si complicano.
Perché un tradimento può non nascere da una decisione lucida presa una sera. Può costruirsi attraverso piccoli spostamenti: una confidenza che diventa più intima, il piacere inatteso di sentirsi cercati, un messaggio che si aspetta con troppa impazienza, qualcosa che si comincia a nascondere.
Preso separatamente, ogni passaggio può sembrare ancora spiegabile. È la direzione complessiva che, a un certo punto, racconta un’altra storia.
Il cliché che spiega troppo poco
Sul tradimento maschile abbiamo a disposizione spiegazioni molto rapide.
L’istinto. L’occasione. Il bisogno sessuale. Oppure la vecchia formula: «Gli uomini sono fatti così».
Il problema non è soltanto che sono generalizzazioni. È che spiegano troppo in fretta qualcosa che avrebbe bisogno, invece, di essere interrogato.
Il desiderio sessuale può esserci, naturalmente. Ma fermarsi lì rischia di lasciare fuori una domanda più scomoda: che cosa stava cercando quell’uomo attraverso il desiderio di un’altra persona?
Talvolta ciò che viene cercato non è semplicemente un altro corpo.
È l’esperienza di produrre ancora un effetto su qualcuno.
Essere guardato. Essere desiderato. Sentirsi interessante, vivo, non completamente prevedibile agli occhi dell’altro.
E questo può diventare particolarmente potente quando, nella relazione o nella propria vita, quella sensazione si è progressivamente indebolita.
Non significa che la partner abbia smesso davvero di guardarlo. Le due cose non coincidono. Si può essere amati e sentirsi invisibili. Si può essere desiderati e non riuscire più a sentirsi desiderabili.
La differenza è importante.
Quello che può esserci prima
Prima di un tradimento non deve necessariamente esserci una coppia in crisi.
A volte non ci sono grandi litigi. Non ci sono ultimatum. Nessuno ha ancora pronunciato la frase «tra noi non funziona più».
C’è qualcosa di meno evidente.
Una parte della relazione si è fatta più silenziosa. Oppure è cambiato il modo in cui una persona guarda sé stessa. Il tempo passa, il corpo cambia, arrivano responsabilità, figli, lavoro, abitudini. Quello che un tempo faceva sentire vivi diventa normale.
Ed essere scelti da qualcuno di nuovo può avere un effetto sorprendentemente intenso.
Esther Perel ha proposto una lettura interessante dell’infedeltà: qualche volta, attraverso un’altra persona, non cerchiamo soltanto qualcun altro. Cerchiamo una versione perduta di noi stessi. Una parte più vitale, libera o desiderabile che avevamo smesso di incontrare.
È una chiave di lettura possibile, non una spiegazione universale. E soprattutto non è una giustificazione.
Comprendere perché qualcosa è accaduto non significa assolverlo.
Significa provare a formulare una domanda più utile.
Non soltanto: «Che cosa cercavi in lei?».
Ma anche: «Che cosa tornavi a sentire di te quando eri con lei?».
Sono domande molto diverse.
Le parole che spesso non arrivano
C’è poi un altro passaggio che considero importante.
Per alcune persone è molto più facile cercare fuori una sensazione che dire dentro la relazione di averne bisogno.
Dire «mi sento invisibile» espone.
Dire «non mi sento più desiderato» espone ancora di più.
E dire «ho paura di invecchiare e di scoprire che una parte della mia vita è già passata» può toccare qualcosa che non riguarda nemmeno soltanto la coppia.
Non tutti gli uomini hanno imparato a stare bene in questa posizione di vulnerabilità. Alcuni hanno imparato molto meglio a fare, risolvere, controllare, minimizzare.
Così una richiesta che non trova parole può prendere un’altra strada.
Questo non significa attribuire alla coppia la responsabilità del tradimento. La responsabilità delle proprie scelte rimane personale. Significa però distinguere la responsabilità dalla comprensione: possiamo considerare qualcuno responsabile di ciò che ha fatto e, nello stesso tempo, cercare di capire che cosa lo abbia reso possibile.
Senza questa seconda parte, il rischio è che resti soltanto il senso di colpa.
E il senso di colpa, da solo, non insegna necessariamente qualcosa.
«Sto bene»
Dopo la scoperta del tradimento può accadere qualcosa di particolarmente difficile da sopportare per chi è stato tradito.
Uno dei due è travolto. Fa domande, torna sugli stessi particolari, dorme male, vuole capire. L’altro sembra stranamente calmo.
A volte dice persino: «Io sto bene».
Quella frase può ferire quasi quanto tutto il resto.
Perché può essere ascoltata così: io sono qui, devastata da quello che hai fatto, e tu stai bene?
Ma anche quella calma merita di essere capita prima di darle un significato.
Può esserci sollievo perché il segreto è finito. Può esserci distanza emotiva. Può esserci vergogna. Oppure un modo molto rigido di tenere insieme qualcosa che, se sentito tutto in una volta, diventerebbe difficile da reggere.
Per questo non credo sia utile costringere chi ha tradito a mostrare più dolore.
La sofferenza esibita non ripara automaticamente nulla.
Il punto è un altro: riuscire a entrare in contatto con ciò che è accaduto e con l’effetto che ha avuto sull’altra persona.
C’è una differenza enorme tra dire «mi dispiace che tu stia così» e riuscire, poco alla volta, a comprendere che cosa significhi per l’altro non sapere più quale parte della propria storia di coppia possa considerare vera.
È spesso da lì che può cominciare un lavoro di riparazione.
Cosa può fare la terapia
Una terapia individuale o di coppia non dovrebbe trasformarsi in un tribunale.
Non serve a stabilire chi sia il buono e chi il cattivo della storia. E non serve neppure a trovare una spiegazione psicologica abbastanza sofisticata da rendere il tradimento meno grave.
Serve, semmai, a evitare due scorciatoie opposte.
La prima è chiedere a chi è stato tradito di «andare avanti» prima che la ferita sia stata realmente riconosciuta.
La seconda è fermarsi alla colpa di chi ha tradito senza chiedergli di capire qualcosa di più di sé.
Perché «ho sbagliato» è necessario, ma qualche volta non basta.
Resta una domanda.
Che cosa stavi cercando di sentire di nuovo?
E, soprattutto, quando hai smesso di provare a cercarlo nella tua relazione?
Non esiste una risposta buona per tutti. A volte quella domanda apre un lavoro di ricostruzione della coppia. Altre volte rende più chiaro che qualcosa era già profondamente cambiato. In altri casi porta soprattutto chi ha tradito a incontrare parti di sé che fino a quel momento aveva preferito non guardare.
Capire non cancella ciò che è successo.
Ma può evitare che ciò che è successo rimanga soltanto una ferita senza significato.
Se ti riconosci in queste righe, dalla parte di chi ha tradito o di chi ha scoperto il tradimento, puoi prenotare un primo colloquio o scrivermi su WhatsApp al 334 632 9659.
Lavoro a Forlì, in presenza e online.

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